2010 Anno della Biodiversità: tra paure e speranze

Dall’inizio dell’anno qualcosa è cambiato? Alternative allo sfruttamento selvaggio delle risorse sono possibili? Nuove strade politiche sono state intraprese? Uno sguardo su ricerche e studi a livello nazionale e internazionale, è l’occasione per verificare lo stato di salute del pianeta e riflettere su possibili soluzioni, a cominciare da oggi.

Che la nostra malandata Terra non se la passi tanto bene è sotto gli occhi di tutti noi, disastri ecologici e catastrofi naturali che si susseguono senza soluzione di continuità, sono solo uno dei tanti indicatori della fragilità degli ecosistemi modificati dall’uomo. E’ proprio la frammentazione di habitat naturali e l’impoverimento della diversità biologica, che questi custodiscono, la più grave minaccia che possiamo procurare al pianeta e a noi stessi.
A certificare lo stato di convalescenza è un recente studio pubblicato sull’autorevole rivista scientifica “Nature”, in merito allo stato dei fiumi nel mondo. Ebbene le principali risorse d’acqua dolce della Terra, risultano, grazie alla ricerca condotta su scala globale che quantifica l'impatto di 23 differenti fattori di stress su biodiversità dei fiumi e sicurezza delle acque, in profonda crisi. Difficoltà generata dall’uomo se si pensa che i maggiori responsabili sono, l'inquinamento da materiali di scarto dell’agricoltura e dell’industria (comune a paesi ricchi e poveri), dighe e canali per l'irrigazione, ma anche che si riflette contro di esso. Sono quasi cinque miliardi gli esseri umani che vivono in riva ai fiumi e di questi, tre e mezzo soffrono in maniera endemica la penuria di acqua pulita o potabile. Tra i dati emergono numeri preoccupanti, il 65 per cento degli habitat dei bacini idrici è stato distrutto e tra 10 e 20 mila specie animali e vegetali rischiano di scomparire. Gli unici corsi d'acqua in buono stato sono quelli delle regioni africane tropicali, artiche e siberiane, inospitali per l’uomo o non ancora interessati da siti produttivi e relative scorie.
Non meno sorprendenti i dati che si possono leggere nel capitolo 4 del dossier WWF “Italia da salvare”, riguardo al nostro paese. A titolo esemplificativo, ne bastano due, tra i meno conosciuti, senza che sia necessario rimpolpare la letteratura sugli impegni con l’UE, sul fronte “pacchetto Clima”, che sembrano non poter essere mai raggiunti. Il primo riguarda la cementificazione, aumentata dagli anni ’50 a oggi del 500%. Impoverendo in questo modo il terreno con i conseguenti rischi per la salute dei cittadini e per il territorio stesso, infatti solo il 14% del suolo del Bel Paese può ancora vantare un orizzonte di non più di 10 Km libero da costruzioni. Inoltre siamo il secondo importatore, dopo Singapore, con una quota del 13% nel periodo tra il 2003 e il 2006 per quanto concerne il commercio di pelli di rettili.
Fuori dall’Italia non va certo meglio, l’UE ha appena confermato che non è stato raggiunto l'obiettivo di arrestare la perdita di biodiversità entro il 2010, con il Monitoraggio delle politiche europee sulla biodiversità, persiste un sensibile calo delle farfalle (quasi il 70%) e fino al 25% delle specie animali europee, compresi mammiferi, anfibi, rettili e uccelli, corrono il rischio di estinzione, inoltre attualmente gli europei consumano il doppio di quanto il territorio e i mari continentali possano fornire in termini di risorse naturali
In questo quadro abbastanza desolante, alcune buone notizie sembrano però emergere. Ad esempio in Cina, dove i benefici della biodiversità, sono stati studiati nella coltivazione del riso. Il maggior produttore di riso in termini di raccolto e il secondo per superficie seminati, il 93% delle risaie cinesi sono costantemente irrigate, è riuscito ad ottenere rese maggiori, controllo di infestanti e parassiti, resistenza alle malattie e riduzione delle emissioni dei gas a effetto serra, grazie a metodi improntati sulla biodiversità, senza l'utilizzo dell'ingegneria genetica. Dai sistemi riso-anatre-pesci, al modello Yunan, nei primi la presenza di anatre e pesci oltre a tenere sotto controllo parassiti e infestanti, incrementa l'assorbimento di anidride carbonica (507,39 mg/ m2-ora, contro i 402,70 del solo riso) e riducono l'emissione di metano (CH4, 8,52 mg/m2-ora rispetto a 12,56) e gas a effetto serra. Nel secondo  le perdite dovute alle malattie sono state diminuite attraverso la coltivazione di diverse varietà di riso nella stessa risaia, incrementando le rese fino all'89%.
Esempi di come tutela della biodiversità e saperi tradizionali abbinati alla scienza  rappresentino una vera e propria ricchezza collettiva, capace di farci sperare in un futuro migliore e sostenibile guidato da scelte di lotta alla povertà, alle malattie, e da modelli di sviluppo basati sul rispetto della natura.

Fonte: WWF, Greenpeace, Repubblica, Nature

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