La febbre della terra

Definirla a rischio è ormai fuori luogo. Il malato, la Terra sembra sempre più malconcis ed il suo futuro sempre più buio. Come ridurre in fretta i gas serra e i costi necessari la cura da trovare a più presto. Intanto nei deserti forse è racchiusa una nuova speranza.
 
Sono questi gli argomenti ineludibili cui dovranno trovare risposte gli esperti dell'Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), il panel intergovernativo dell'Onu che da oggi si riunisce per una settimana a Berlino per mettere a punto una sintesi per i decisori politici sulla mitigazione dei cambiamenti climatici.
Sotto esame, come al solito, i combustibili fossili (in primis petrolio e carbone) i maggiori imputati dello scempio che sta subendo il nostro pianeta. Le emissioni di CO2 potrebbero raddoppiare o triplicare entro il 2050, rispetto al livello del 2010. Per rimanere al di sotto dei due gradi di un aumento della temperatura media globale entro fine secolo, secondo gli esperti bisogna ridurre entro il 2050 le emissioni del 40%-70%. Ben altra cosa rispetto al mitico pacchetto 20 - 20 - 20. Allora cosa frena un inizio concreto di politiche energetiche sostenibili? I costi che dovrebbero sostenere le industrie, poco inclini a pensare a profitti non immediati o a investimenti che non abbiano ricadute dirette, immediate e massicce sui propri conti bancari. Se secondo gli scienziati ritardare le misure potrebbe fare innalzare ulteriormente i costi, per le industrie porre rimedio ai danni causati dall'uomo significherebbe costi insostenibili e incompatibili con la ripresa.
Così il rischio è il solito sbandierare "nuovi modelli di investimento basati su un'economia a basse emissioni di carbonio", ma in realtà utilizzare lo spauracchio della crisi per non mutare lo status quo.
Ed a nulla valgono le previsioni di maggiori inondazioni e siccità, fame, povertà, conflitti, carestie che spingeranno milioni di persone a migrare, malattie, riduzione della sopravvivenza di animali e piante, diminuzione dei raccolti agricoli, se gli sos non verranno ascoltati. Come nei precedenti due gruppi di lavoro. Il riscaldamento globale c'è ed è colpa dell'uomo (I gruppo nel settembre scorso a Stoccolma) e gli effetti si vedono gia' in tutti i continenti e negli oceani ma il mondo, in molti casi, e' mal preparato contro rischi peggiori (II gruppo il 31 marzo scorso in Giappone).
Eppure una notizia da non sotto valutare è giunta ai media proprio in questi giorni. Ad aiutarci a contrastare il riscaldamento globale, potrebbero essere i deserti. Sistemi ambientali in grado di assorbire importanti quantità di anidride carbonica (CO2). La scoperta è frutto di un grande esperimento a cielo aperto condotto per ben 10 anni da un gruppo di ricercatori statunitensi coordinati dall'università di Washington. Secondo il biologo R. Dave Evans, coordinatore dello studio, "Non potranno ovviamente assorbirla tutta, ma di sicuro aiuteranno". Dichiarazioni rilasciate dopo avere osservato le reazioni di 9 aree ottagonali con un diametro di 23 metri nella parte settentrionale del deserto del Mojave in Nevada. Aree sottoposte ad una concentrazione pari a 550 parti per milione, il livello di CO2 che probabilmente si raggiungerà nel 2050 in tre casi; a 380 parti per milione, il livello di CO2 attualmente presente in atmosfera, in altri tre casi ed usando le ultime tre come controllo. Osservazioni che hanno fatto emergere come gli ecosistemi aridi assorbono il carbonio atmosferico nella zona vicina alle radici delle piante che è intensamente popolata da microrganismi. In futuro l'assorbimento potrà aumentare fino a raggiungere il 15-28% della quantità attualmente assorbita dalle terre emerse.
 
Fonte: ANSA
 
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