Il disgelo del permafrost siberiano è una bomba ad orologeria

Secondo uno studio condotto dal Centro di Helmholtz per la ricerca polare e marina dell’Alfred Wegener Institute (AWI) lo scioglimento del permafrost siberiano, negli ultimi 40 anni ha raggiunto livelli critici.
 
Dopo la valutazione di dati e fotografie aeree nella regione durante gli ultimi 40 anni, lo scioglimento del permafrost, ovvero la parte di suolo perennemente ghiacciato, che ricopre il 24% della superficie dell'emisfero settentrionale, potrebbe comportare un rilascio di migliaia di giga tonnellate di carbonio, con notevoli conseguenze sull'ambiente. Conseguenze che avrebbero un effetto non di poco conto anche sui cambiamenti climatici, nonché implicazioni enormi per gli ecosistemi della regione e per l'ambiente umano: dagli impianti di gas naturale nella regione alle linee elettriche, strade, ferrovie ed edifici che sono costruiti sul permafrost e sono quindi vulnerabili allo scongelamento. Tale disgelo potrebbe danneggiare le infrastrutture, causando danni economici irreversibili.
Secondo lo studio le ragioni di questa crescente erosione sono da imputare all'aumento del riscaldamento globale nelle regioni dove è presente il permafrost russo. La piccola isola di Muostakh, a est del Delta del Lena, è particolarmente influenzata da questi cambiamenti. Gli scienziati temono che potrebbe addirittura scomparire del tutto se la perdita di terreni dovesse continuare. L'interconnessione è chiara e inequivocabile: la più calda delle regioni del permafrost della Siberia orientale ha avuto una più rapida e progressiva erosione costiera.
Il geografo dell'AWI, Frank Gunther commenta: “Se la temperatura media aumenta di 1 grado Celsius in estate, l'erosione accelera di 1,2 metri l'anno”.
Gli scienziati peraltro ritengono che circa il cinquanta per cento di questo processo di decomposizione potrebbe svolgersi in assenza di aria e liberare quindi metano invece di CO2. Il metano purtroppo produce un effetto serra 23 volte superiore a quello della CO2. La quantità totale di metano che potrebbe essere rilasciata nell'atmosfera da questo processo è stimata in alcuni milioni di tonnellate.
Non c’è dubbio che Il rilascio anche solo di una frazione del metano conservato sotto quei fondali potrebbe innescare un immediato riscaldamento dell’atmosfera. Il Mare Artico a Nord Est della Siberia è un’area ricca di metano che riveste più di 2 milioni di chilometri quadrati di Mare del Nord, quindi una superficie tre volte più grande della vicina tundra siberiana, che era stata considerata, prima di questo studio, come la principale sorgente di metano nell’Emisfero Nord del pianeta.
 
Fonte: spacedaily.com
 
 
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