2010 Anno internazionale della biodiversità: elefanti a rischio

La Gran Bretagna esorta ad opporsi alle richieste da parte di Tanzania e Zambia di revocare la messa al bando del commercio di zanne di elefante. I due paesi africani stanno cercando di aprire una nuova breccia nella messa al bando del commercio internazionale di avorio, e gli ambientalisti temono che questo possa portare ad una nuova ondata di uccisioni di elefanti.

In Ciad sono solo più poche centinaia, mentre in Senegal e in Liberia potrebbero essercene meno di dieci; gli ultimi elefanti della Sierra Leone sono stati cancellati dai bracconieri nel novembre del 2009. In Kenya, le cui misure di protezione delle specie protette sono tra le più forti in Africa, il numero di elefanti uccisi dai bracconieri è salito da 47 nel 2007, a 98 nel 2008, a 214 nel 2009. In difesa di questa specie si sono schierati in molti tra governi, associazioni di ambientalisti ed opinione pubblica, ma due soggetti sono particolarmente importanti in questa lotta. Il loro nomi sono MIKE ed ETIS, e sono diretti discendenti della CITES. E quella che segue non è la storia di una famiglia, bensì la storia di una lotta per la vita che va avanti da decenni.
La CITES è uno dei frutti delle prime forme di sensibilizzazione in materia di animali e specie protette: nato nel 1963, è un accordo internazionale tra i governi di 175 paesi che mira a garantire che il commercio di specie animali e vegetali non ne minacci la sopravvivenza. La Convenzione può vietare, o imporre severe limitazioni, al commercio di specie rare e prodotti derivati dalla flora e dalla fauna. MIKE (Monitoring the Illegal Killing of Elephants) è lo strumento di monitoraggio fondamentale della CITES che rileva i livelli e le tendenze del bracconaggio degli elefanti e fornisce alla CITES preziose informazioni per definire la politica relativa alla salvaguardia degli elefanti. ETIS invece è un sistema di informazioni per tracciare il commercio illegale dell’avorio. In questi giorni la questione della tratta illegale degli elefanti è stata sollevata dalla proposta di Zambia e Tanzania di poter mettere all’asta le proprie scorte di avorio. Tanzania e Zambia non vogliono solo vendere le proprie scorte di avorio acquisito legalmente (da elefanti morti naturalmente ad esempio), che ammontano rispettivamente a 90 e 22 tonnellate. Vogliono anche spostare le rispettive popolazioni di elefanti dall’appendice 1 del CITES (che proibisce tutto il commercio della specie) all’appendice due (che lo permette se è monitorato). Se avvenisse, questa vendita sarebbe la terza asta di avorio “battuta” sin dalla sua messa al bando, vent’anni fa.
La richiesta di Zambia e Tanzania ha sollevato risentimento e rabbia negli altri stati Africani che hanno una popolazione di elefanti e cercano di proteggerla. Congo, Ghana, Kenya, Liberia, Mali, Ruanda e Sierra Leone, hanno proposto una contro-mozione, in cui si chiede una moratoria di vent’anni su qualsiasi commercio che non rientri tra gli accordi di CITES. I delegati dei 23 governi dell’African Elephant Coalition (AEC) sono a Bruxelles per persuadere la Commissione Europea, il Parlamento e gli stati membri dell’UE ad opporsi alla nuova asta. Nel 2007 quando CITES autorizzò l’ultima vendita, si era raggiunto l’accordo per cui non ci sarebbero state simili vendite eccezionali per almeno nove anni. Il perché di queste richieste è facilmente intuibile. La messa al bando del 1989 arrestò le stragi di elefanti degli anni ottanta. Un processo che sembrava bene avviato, ma l’ultima asta autorizzata nel 2008, ha evidenziato come anche un’intesa di questo tipo possa essere disattesa, se gli interessi vertono su questioni economiche e non sul rispetto della biodiversità. Infatti due anni fa, la vendita di 100 tonnellate di avorio possedute da Botswana, Namibia, Zimbabwe e Sudafrica - comprate da rivenditori cinesi e giapponesi, era un allarme da non sottovalutare, in merito alla continuazione di pratiche di acquisizioni illegali di avorio. Anche ai meno sospettosi poteva sorgere il dubbio di come fosse possibile avere riserve cosi alte, se non attraverso il bracconaggio di elefanti. Così facendo e permettendo aste ogni qual volta lo si desidera, senza rispettare le moratorie, si rischia di creare un mercato dove è possibile riciclare i proventi della caccia illegale di elefanti.
I rapporti suggeriscono che almeno 15 tonnellate di avorio – l’equivalente di 1.500 elefanti - siano stati confiscati in Asia nello scorso anno. “Questa è davvero l’ultima chiamata per gli elefanti in Africa”, ha dichiarato a Bruxelles Bourama Niagate, direttore dei parchi e delle riserve naturali in Mali. “Il bracconaggio è oggi così diffuso che l’elefante africano è quasi estinto in alcuni paesi".Se non lasciamo che la popolazione di elefanti recuperi nel corso dei prossimi vent’anni fermando del tutto il commercio, non ci saranno più elefanti africani al di fuori di poche specie zoologiche nelle riserve nel sud dell’Africa.” Asia, Africa, ma anche Unione Europea, che nel 2007, in occasione dell’ultimo meeting della CITES, si è impegnata elaborando, sotto forma di raccomandazione agli stati membri, un piano d’azione per rispettare gli accordi ed i programmi internazionali della CITES. Disponendo una serie di misure che vanno dall’imposizione di sanzioni elevate per reati di natura commerciale; ad un maggiore utilizzo di strumenti di valutazione del rischio e di raccolta di informazioni al fine di rilevare il commercio illegale e il contrabbando di specie selvatiche e relativi prodotti. A marzo sarà quindi il momento di decidere, durante il meeting del CITES in Qatar. Da una parte gli stati africani per prendere una decisione in merito ad un’eventuale, ennesima nuova asta. Dall’altra l’Unione Europea per dimostrare unità e coerenza, supportando gli stati africani nella loro posizione, poiché purtroppo è già tardi.

Fonti: The Indipendent, CITES, blogeko, Unione Europea.


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