Amazzonia e foreste: allarme per il futuro

La foresta amazzonica è in pericolo. E’ l’allarme lanciato qualche giorno fa dalla NASA. L’agenzia spaziale americana ha rilevato che un’area grande due volte la California ha patito fortemente a causa di una siccità iniziata otto anni fa. Ma non è colpa solo del riscaldamento climatico, la minaccia arriva anche da multinazionali e imprenditori senza scrupoli, nonché da governi compiacenti.
 
Un nuovo studio mostra che la gravissima carenza d’acqua che si verificò nel 2005 ha causato danni molto maggiori di quelli stimati preventivamente e che il suo impatto dura più a lungo di quanto supposto, aggravato ulteriormente da un’altra siccità nel 2010. In pratica l’intervallo di tempo tra i due episodi di siccità – come rilevano i dati raccolti dai satelliti – è stato troppo breve per consentire alla flora di riprendersi, danneggiando 70 milioni di ettari di foresta. “Tutto ciò potrebbe alterare la struttura e le funzioni degli ecosistemi pluviali della foresta amazzonica”, ha avvertito Sassan Saatchi del Laboratorio Jet Populsion della Nasa.
 

Non è solo la siccità a minacciare la foresta amazzonica. In Ecuador gli indigeni sono pronti a combattere con le cerbottane per difendere il loro habitat. Dopo aver combattuto per anni contro taglialegna illegali e missionari, le tribù dei Tagaeri e dei Taromenane ora si oppongono alla Chevron Oil, compagnia petrolifera, che ha identificato nel cuore del Parco Nazionale delle Yasuni riserve petrolifere per un valore di 7,2 milioni di dollari e si prepara ad invadere la zona acquistando 70 mila ettari di foresta pluviale. La multinazionale del petrolio ha avuto l’autorizzazione per dare inizio alle ricerche prospettiche. “Se ci sarà uno scontro fisico – ha ammesso lo sciamano Patricio Jipa – finirà certamente in tragedia. Noi possiamo solo morire per difendere la foresta. Preferiremmo la resistenza passiva, ma in questo caso non è più possibile. Non saremo noi a iniziare, ma tenteremo di fermarli e poi accadrà quel che deve accadere”.

In Brasile sono invece le lobby degli industriali e degli agricoltori locali a dettare legge a scapito delle comunità locali e dell’ambiente naturale.  Nel 2012 il governo brasiliano ha varato una legge che consente la deforestazione di 190 mila ettari di terreno. Una superficie enorme, grande quanto quella della Francia e della Gran Bretagna messe insieme che potrebbe essere convertita all’ agricoltura intensiva. Un'operazione che metterà a rischio il 70% dei bacini fluviali brasiliani. Se ciò non bastasse, il governo è sempre più deciso a realizzare la Diga di Belo Monte, un’opera che costerà 12 miliardi di euro e sorgerà nel cuore dell’Amazzonia. Da anni le popolazioni locali e gli ambientalisti di tutto il mondo stanno cercando di bloccare questo progetto che costringerà circa 40mila persone ad abbandonare le proprie terre che saranno allagate dal lago artificiale previsto dal progetto. Per difendere il Rio Xingu, uno degli affluenti più importanti del Rio delle Amazzoni sono scesi in campo anche le star di Hollywood, da James Cameron a Sigourney Weaver.

In Argentina, soprattutto nel Nord del Paese, è la coltivazione intensiva della soia a minacciare i polmoni verdi del paese. Il grido di allarme è stato lanciato ieri dal dirigente ambientalista Miguel Bonasso, che punta il dito contro il modello agro-esportatore basato sulla produzione intensiva di coltivazioni come la soia. A rischio sarebbero, in particolare, le regioni di Santiago del Estero, Salta, Formosa, Chaco, Tucuman e Catamarca, dove si concentra una buona parte dei boschi originari del Paese.  Sembrava che con la cosiddetta legge Ley de Bosques del 2007 si potesse verificare un aumento della superficie boschiva protetta all'interno di ogni regione, mettendo a disposizione risorse economiche per la salvaguardia delle aree. Ma la mancanza di fondi e l’insufficiente impegno politico da parte delle autorità governative sembra, però, aver reso superflua la legge. A rendere maggiore la diffidenza dei settori ambientalisti verso gli impegni presi in materia, il Piano strategico agroalimentare e agroindustriale federale approvato in Argentina per il decennio 2010-20, che prevede un consistente incremento delle superfici coltivate a grano, mais e soia, il che lascia prevedere per il futuro la ricerca di ulteriori terreni coltivabili.

Non è solo la foresta amazzonica ad essere minacciata. Un rapporto dell’Agenzia investigativa ambientale (una Ong con sede a Londra) del novembre 2012 ha affermato che la Cina è il principale importatore e consumatore di legno da tutto il mondo, anche di quello proveniente dal saccheggio delle foreste tropicali. Attraverso videocamere, gli investigatori sono riusciti, infatti, a dimostrare come società di Stato cinese dispongano di filiali direttamente in Paesi, come Mozambico e Birmania, dove riescono ad ottenere l’esportazione di legnami pregiati. Secondo l'Ong è la domanda interna in Cina che alimenta la crescita delle importazioni (triplicate dal 2000). Sul mercato cinese finiscono soprattutto legnami tropicali rari con cui vengono realizzati riproduzioni di mobili di lusso e alla moda.

Neanche l’Europa è esente da colpe. In Svezia, per esempio, le foreste sono al collasso. “Non perché manchino gli alberi, ma perché le foreste naturali lasciano oramai il passo a monocolture produttive, con poca o nulla ricchezza di biodiversità. Il 75 per cento delle popolazioni di specie minacciate, è in declino. Il taglio a raso delle foreste naturali continua su larga scala. Monocolture e taglio a raso sembrano essere l'unica metodologia di gestione forestale accettata in Svezia”. Metodologia del tutto errata, secondo il sito salvaleforeste.it perché “una foresta non è soltanto una fabbrica di legno, e la sua gestione, per essere davvero sostenibile, deve mantenerne intatti tutti i servizi, le funzionalità e la biodiversità”. Un recente studio – continua l’articolo – pubblicato in Svezia da ricercatori dell'Università di Scienze Agricole e Forestali di Uppsala, dimostra come una vasta gamma di specie di alberi per la produzione di legname contribuisca a mantenere vivi i servizi eco sistemici.

La deforestazione illegale genera enormi profitti ed alimenta anche il crimine organizzato. A dirlo è uno studio del 2012 della Banca Mondiale, la quale  accusa la deforestazione illegale come una delle principali cause delle inondazioni, mentre genera enormi profitti che alimentano il crimine organizzato.  In alcuni paesi, tra cui Cambogia, Indonesia, Papua Nuova Guinea, Gabon, Bolivia, Ecuador e Perù, il business il taglio illegale  priva i governi e le comunità locali di fondi di cui hanno un disperato bisogno e alimenta il fenomeno della corruzione di massa. Il rapporto titolato "Justice for Forests" (Giustizia per le foreste) stima che il fatturato della deforestazione illegale si aggiri nel mondo tra i 10 e i 15 miliardi di dollari annui.
L’osservatorio indipendente “Salva le Foreste”, mette tutti in guardia: “La deforestazione illegale è terribilmente dannosa, in diversi modi: riduce la biodiversità, danneggia gli habitat, riduce la capacità del pianeta di assorbire anidride carbonica, acutizzando il cambiamento climatico, e può portare ad autentici disastri naturali locali, con gravissimi impatti sulle comunità locali. Questo ultimo fattore è ampiamente trascurato, ma le foreste sostengono le popolazioni locali in molti modi, fornendo risorse alimentari, riparo e assicurando la riproduzione delle culturale tradizionali. L'abbattimento della foresta è spesso legato a  violazioni dei diritti umani e a violenze, genera disastri naturali come frane e alluvioni, e alimenta l'erosione del suolo”.

Insomma, il futuro del pianeta è legato indissolubilmente alla salute delle foreste. Le minacce ai “polmoni verdi”, arrivano da più parti. E’ dovere di tutti, governi e privati cittadini, salvaguardarle a tutti i livelli per non mettere a rischio la salute del pianeta e di noi tutti.

 

Fonti: lettera43; salvaleforeste.it

 
 
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