Il sesto continente di Charles Moore

Due storie che s’intrecciano, quella di un miliardario convertito alla causa ambientale e quella dell’oceano trasformato nella discarica più grande del mondo. Il fondatore di “Algalita Marine Research Foundation” svela uno dei più grandi, e nascosti benché visibili, inquinamenti marini.
 
Lo ha definito il sesto continente perché parliamo di 2500 chilometri di diametro, suddiviso in due “isole” di rifiuti che si concentrano nei pressi del Giappone e a ovest delle Hawaii, formando un vero e proprio continente delle dimensioni, per concretizzare le cifre, dell’intero territorio del Canada. E’ il più grave atto materiale d’inquinamento che la storia marina possa conoscere, e l’Oceano Pacifico è la vittima designata. Un fatto epocale sconosciuto ai più nonostante il lavoro che Moore svolge da più di dieci anni. Estrazione miliardaria, famiglia di petrolieri, padre industriale chimico, una parte della vita dedicata al business. Forniture di arredi e settore ittico, principalmente. E una passione per il mare innata, e grazie a questa che Moore fa la scoperta che gli ha letteralmente cambiato la vita: nel 1994 fonda l’Algalita Marine Research Foundation, un anno dopo vara “Arguita”, un catamarano per la ricerca oceanografica in alluminio. Salpa da Hobart, in Tasmania e organizza la sua prima spedizione, finalizzata a monitorare la contaminazione antropogena delle coste australiane. Ma è nella primavera del 1997 che la sua vita cambia davvero, radicalmente. Lo racconta lui stesso: «Durante una regata, di ritorno dalle Hawaii, decido di navigare in una zona poco battuta del Pacifico, perché solitamente ci sono venti deboli e alta pressione. Per tali ragioni, sin dall’antichità è sempre stata evitata dai velieri. Quei marinai la chiamavano “the horse latitude” (la latitudine o rotta dei cavalli), perché ci sarebbero voluti proprio questi animali per muovere una nave nelle “piatte”». Ed è in questa spedizione che il miliardario s’imbatte nella prima isola di rifiuti scoperta, il “Pacific trash vortex”, un minestrone immondo di spazzatura, in prevalenza plastica rappresentante ogni cosa che viene gettata in mare, migliaia e miglia di chilometri di una vera e propria discarica a cielo aperto, vivente nel mare. Da qui inizia la sua missione, ardua perché ci mette, nonostante i mezzi a sua disposizione, dieci anni a far esprimere i media mondiali sulla notizia del sesto continente.
Centomila tonnellate, un ammasso di plastiche che il mare ha polverizzato ma che chiaramente non ha metabolizzato, dal diametro di 2.500 chilometri, che galleggia a qualche metro di profondità, che lo rende invisibile ai satelliti. La massa dei vari rifiuti, è soggetta ad un continuo mescolamento dovuto al vortice del Nord Pacifico “the Gyre”, una delle più potenti correnti circolari oceaniche, dotata di un particolare movimento a spirale orario che permette alle particelle di rifiuti di aggregarsi fra di loro, formando un cocktail micidiale del quale si nutrono i molluschi, entrando direttamente nella catena alimentare che va dai pesci, delfini, tartarughe, uccelli marini, per arrivare all’uomo. In realtà, il “continente di plastica” non è tutt’uno: c’è una massa orientale, a sud-ovest del Giappone e una occidentale, a nord-ovest delle Hawaii. Il “continente”, preso insieme, si spingerebbe dalle coste giapponesi a quelle californiane, ma in verità nessuno è ancora riuscito a determinarne con esattezza i confini,ma si stima che abbia la superficie del Canada. In California intanto, sulle spiagge della baia di  San Francisco, il “blob” appare molto spesso, oltrepassando il Golden Gate, e contrastarlo costa giornate di lavoro intense a decine di uomini e mezzi.
Il 10 giugno Charles Moore salperà da Long Beach per un nuovo viaggio che lo porterà ai confini del continente, navigherà sei settimane, concentrandosi sulle Hawaii, dove studierà l’impatto dell’inquinamento da plastica su quest’area e sui suoi abitanti: foca monaca, tartarughe, uccelli marini. Poi, a settembre, riprenderà il mare per celebrare i dieci anni di attività dello studio, confrontando così i dati acquisiti in questa decade, aprendo il viaggio ai giornalisti in modo da creare il giusto interessamento rispetto ad una delle forme d’inquinamento epocale. Il fine, non solo quello di denunciare quanto viene scoperto, ma di prevenirne l’ennesimo ampliamento, visto che non si può pensare di eliminare il sesto continente: “Quello purtroppo non si può più cancellare. Sarebbe come setacciare il deserto del Sahara”.

 Link:

  • Algalita Marine Research Foundation
  • [VIDEO]Charles Moore fondatore di Algalita Marine Research Foundation parla al TED dell’inquinamento crescente dei nostri mari dovuto alle materie plastiche.
  • Qui è possibile consultare una mappa interattiva che mostra l’inquinamento nella Baia di san Francisco
Fonti: La Stampa, Agorà Magazine, VoceScuola
<p>Oltre a informazioni sull'impatto ambientale delle elezioni su Effetto Terra, puoi trovare informazioni su decrescita, buone prassi, consumi sostenibili,iniziative a favore dell'ambiente e iscriverti a <a href="/archivio-newsletter">newsletter</a>, <a href="/directory">segnalare siti</a> e partecipare a <a href="/forum">forum</a>, nonchè visitare i <a href="/siti_consigliati.html">siti consigliati</a>, che trattano queste tematiche.</p>"

Pubblicato in


Mercato

Il mercato di EffettoTerra

Turismo Responsabile

SOSTIENI L'AMBIENTE

Sostieni Effetto Terra: dona il 5x1000 a Eta Beta

Incontri formativi scuole

Eta Beta propone incontri per imparare come cambiare i comportamenti di consumo e come migliorare ogni giorno l’ambiente in modo efficace, con piccoli gesti.

EffettoTerra Newsletter

Iscriviti alla newsletter del portale

Archivio Newsletter