In fuga dai mutamenti climatici

Eco profughi, rifugiati e profughi ambientali, i nuovi prigionieri dell’ambiente. 50 milioni di persone in fuga dalla propria terra  a causa dei mutamenti climatici. 100.000.000 di occhi che gridano basta e chiedono uno sviluppo sostenibile.

C’era una volta un pianeta, verde, blu e bianco ricco di vegetazione, acqua, ghiaccio, insomma di vita, dove se non proprio in armonia convivevano una serie di specie viventi diversissime tra loro, ma collegate l’una con l’altra, dove le risorse e la sopravvivenza erano regolate dai bisogni primari, una sorta di unico “organismo vivente”, dove tutto era in relazione. Che fine ha fatto? Ed il suo figlio più evoluto cosa ha fatto per il suo genitore e per i propri fratelli?
A ricordarcelo sono gli stessi volti che inquadrati e intervistati nei telegiornali e nei reportages di tutto il mondo osserviamo con un misto di compassione, sofferenza e senso di impotenza, sono le stesse facce che dall’altra parte dello schermo si rivolgono a noi implorando aiuto, risposte e un futuro diverso. Sono la trasposizione reale di quello che i kolossal hollywoodiani, con grande utilizzo di effetti speciali costruiscono artificialmente per descrivere catastrofi naturali senza ritorno ed un’umanità persa, capace solo di depredare le risorse naturali di chi quotidianamente gli regala la vita. Almeno 100.000.000 di occhi, gli stessi occhi con cui l’uomo da oltre 300.000 anni esplora il mondo, il cui sguardo disperato si materializza periodicamente in contesti geografici lontanissimi tra loro, nel sud’est asiatico, come ad Haiti, ma non in una sala cinematografica. Questa non è la trama di un racconto sul darwinismo, ma una delle possibili considerazioni, sugli sconvolgimenti climatici del periodo storico in cui ci troviamo a vivere, dove sempre più spesso appaiono alla ribalta disastri naturali, che sebbene sembrino strutturali o discostarsi di poco dalle solite dinamiche evolutive, in realtà nascondono mutamenti e pericoli nuovi. Come nel caso delle migrazioni umane. Da sempre l’uomo ha colonizzato e si è spostato sulla superficie terrestre, alla ricerca di maggiori risorse, intervenendo sull’ambiente, sia per accaparrarsele, sia per mantenerne il controllo, inventando una delle pratiche che meno gli rendono onore, la guerra. Lo stesso dicasi per la Terra che nel corso della sua lunga storia attraverso inondazioni, terremoti, uragani, eruzioni vulcaniche ha cercato un proprio equilibrio. Il tutto ha provocato spostamenti massicci di popolazioni umane, estinzioni di specie e  creazione di nuovi habitat. Ma adesso l’adattamento inizia a dare segni preoccupanti di cedimento. A ricordarcelo è un recente  rapporto dell’IOM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), la principale organizzazione intergovernativa nel campo delle migrazioni, che si occupa di promuovere la cooperazione internazionale e di offrire assistenza per la ricerca di soluzioni pratiche ai problemi. Un allarme che chiama in causa la comunità internazionale, incapace di prevenire. Ad oggi sarebbero 192 milioni le persone (il 3% della popolazione mondiale) che vivono fuori dal loro Paese d’appartenenza. Secondo un rapporto della Croce Rossa Internazionale, le vittime di disastri ambientali nel 2001 rappresentavano il 58% del totale dei rifugiati mondiali, e già allora il degrado ambientale causava più migrazioni rispetto ai conflitti armati o alle persecuzioni politiche e religiose. L’analisi dell’IOM stima in 50 milioni il numero attuale di eco profughi, rispetto ai 24 milioni del 2002 calcolati dall’Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati). Numero raddoppiato in nemmeno dieci anni e destinato a salire intorno ai 200-250  milioni entro il 2050. Profughi ambientali decuplicati in quasi mezzo secolo. Numeri spietati, capaci di sottolineare come l’uomo non sia esente da colpe. A differenza del passato, la modificazione antropica dell’ambiente è molto più rapida e il numero di disastri ambientali più alto. Sarà un caso?
Ad Haiti l’IOM attraverso un progetto di cooperazione stava intervenendo, prima del recente disastro per provare a riparare il sistema idrico di Plaine du Cul de Sac, un’ ampia valle agricola vicina a Port- au-Prince. La melma e i sedimenti ricoprivano il sistema idrico per più di tre metri. L’erosione, le valanghe di fango, i canali ostruiti e le inondazioni abbondano ad Haiti, specialmente durante la stagione degli uragani, perché la gente povera è costretta a bruciare gli alberi sulle colline per avere terra da coltivare o per produrre carbone da vendere agli abitanti delle città. Una tragedia, almeno nelle dimensioni, che si poteva attutire, come tante altre, attraverso politiche di gestione sostenibili del suolo, nuovi modelli di produzione e consumo, ma anche di integrazione sociale. Perche per non essere “prigionieri del clima”, sono necessari il riconoscimento da parte della comunità internazionale del problema, politiche contro la vulnerabilità, mantenimento alto del livello della ricerca e aiuto ai Paesi in via di sviluppo, in modo che Terra e uomo tornino a respirare in sintonia. 

Fonti: Repubblica, Migration (rivista dell’Iom), Eco.Educazione sostenibile, Federalismi.it, Unhcr.

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