La corsa al carbonio

Fermiamoci, prima di salvaguardare troppo l'ambiente. Soprattutto se decidiamo di proteggerlo in maniera decisamente occidentale. L'ultima tendenza in materia di conservazione vede infatti impegnati trust e fondazioni nell'acquisto di migliaia di ettari di territorio a fini di tutela ecologica, un business verde in cui qualcuno paventa una nuova forma di colonialismo imprenditoriale.

Saranno solo voci, ma le critiche all'ultima frontiera del protezionismo ambientale si levano sempre più insistenti. Dal Botswana alla Patagonia dilaga l'acquisto (spesso on-line) dei paradisi ambientali, con conseguenze purtroppo inimmaginabili per le popolazioni locali. L'istituzione a decine di nuovi parchi faunistici ha introdotto norme e divieti estranei alla cultura indigena, con epiloghi troppo spesso paradossali: centinaia di persone espropriate dalle proprie terre, interdizioni alla caccia, al taglio del legname, all'estrazione di materiali da costruzione, all'agricoltura e a qualsiasi attività che turbi la sacralità dell'ecosistema.
Non solo, nei casi più gravi si registrano anche espulsioni forzate e violazioni dei diritti umani. In Camerun, ad esempio, molti villaggi hanno dovuto lasciare il campo alla foresta. Nelle Filippine gli aborigeni sono stati costretti a sloggiare dalle isole Palawan per far posto a un parco nazionale. E che dire dei pigmei bat'wa, che hanno dovuto cedere le loro abitazioni ai gorilla e ora vivono da mendicanti alla periferia del parco, tra il Ruanda e il Congo?
“Tutelare”, per così dire, l'ambiente non è mai stato così facile: bastano pochi click e il gioco è fatto. Per acquistare quattro mila metri quadrati di un corridoio di terra riservato agli elefanti indiani bastano circa 63 euro; molto meno è il prezzo di due mila metri quadri del Chaco Pantanal in Brasile (più o meno 25 dollari). Trust e fondazioni che si occupano di questa “nobile” causa sono molte e le occasioni non mancano. Come per gli aderenti al World Land Trust, oppure come per gli iscritti all'associazione Cool Earth, che in un solo anno hanno assicurato da ogni rischio ambientale 13 mila ettari di foresta pluviale amazzonica, tanto da indurre il governo brasiliano a bollare la loro condotta come “eco-colonialista”. E Anche i privati non scherzano. Ted Turner (fondatore della CNN), il finanziere George Soros, Luciano e Paolo Benetton, Sharon Stone, Christoper Lambert insieme ad altri trecento facoltosi proprietari (in maggioranza statunitensi) posseggono centinaia di migliaia di ettari della Patagonia, la lingua di terra che dal Cile raggiunge il sud dell'Argentina.
C'è da sperare che tutte queste preoccupazioni nei confronti della salvaguardia siano genuine. Ma c'è chi ha iniziato a sollevare pesanti interrogativi. Le foreste assorbono quasi un ottavo di tutto il carbonio emesso sul pianeta e molte società, inclusi fondi di investimento ed esperti di finanza, hanno iniziato a intravedere un business colossale. L'idea è che, per contrastare i cambiamenti climatici, i paesi ricchi paghino i paesi poveri affinché non abbattano alberi e compensino così le emissioni nocive prodotte dal mondo occidentale. C'è chi parla di retribuzioni in denaro, chi invece della creazione di una sorta di “borsa del carbonio” in cui scambiare le quote assorbite dagli alberi. I casi di potenziali conflitti sono evidenti e forse, prima di “privatizzare” anche l'ambiente, è meglio essere molto cauti.

Tratto da: Internazionale, n.754

Fonte: http://www.guardian.co.uk/environment/2008/feb/13/conservation

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