Marea nera: la corsa al petrolio facile

In realtà il suo colore è rosso sangue e racconta, come in un presagio, una storia di sfruttamento di uomini e terre, di commistioni tra politica ed economia, gridando e dipingendo a tinte forti, il ritratto di uno sviluppo sempre più in-sosteniile. Ma quali sono le responsabilità e perché è stato possibile?

Sulle coste della Louisiana e nel delta del Mississippi, gli orizzonti di cui si può godere paiono riflettere l’intera sconfinata bellezza della natura. Da una parte le onde provenienti dal golfo del Messico, intense e fragorose, dall’altra un patrimonio ambientale e culturale unico, fatto di paludi, alligatori, mangrovie e culla della musica nera americana, il blues. Stupori che confondono la vista e inebriano i sensi, ma al contempo intimoriscono, rendendo concreta l’idea della quiete prima della tempesta. Qui la natura è ricca, anzi ricchissima, non solo in termini di habitat, basti pensare che oggi questa regione rifornisce il 16-18% dell’approvvigionamento di petrolio degli Stati Uniti e vi sono concentrate più del 15 % delle industrie ittiche del paese.
Un territorio fragile ed iper sfruttato.
Ecco proprio qui comincia un’altra storia, dove i protagonisti non sono i personaggi di James Lee Burke, in perenne lotta tra prepotenza e paesaggi a rischio, o le note e la voce di Vera Hall, o forse anche, ma soprattutto lo sono l’ambiente e le persone che lo popolano.

22 aprile 2010 “ilsole24ore.com”
… Una piattaforma petrolifera è esplosa ieri sera (in realtà il 20 aprile 2010), circa 50 km al largo delle coste della Louisiana... Undici dispersi e diciassette feriti… Le autorità devono valutare anche i danni all'ambiente provocato dall'incidente: quantità di petrolio sono finite in mare e una chiazza ha cominciato a formarsi nei pressi della piattaforma…

Due giorni dopo la piattaforma offshore di perforazione Deepwater Horizon della compagnia svizzera Transocean, indotto della British Petroleum (BP) affonda, i morti accertati sono 11. Nei primi giorni la stima dei danni ammonta a circa 6 miliardi di dollari tra pulitura coste, danni all’industria della pesca e del turismo. Successivamente, il 4 maggio si inizia a parlare dell’accaduto, come del più grande disastro ambientale, della storia degli Stati Uniti, il Presidente Obama giunto a Venice dichiara “Potrebbe essere un disastro senza precedenti“. In Louisiana viene decretato lo stato di emergenza ed i tentativi per arginare la fuoriuscita di petrolio sembrano inutili. Lo sono nell’ordine, gli incendi controllati da parte della Guardia Costiera, così come le tecniche di scrematura o di utilizzo di solventi chimici messe in atto dall’esercito su indicazione di esperti, nonché la campana di acciaio per tamponare la falla provata dalla stessa BP. Il problema è che nonostante l’esplosione, con conseguente affondamento a 400 m. sotto il livello del mare, del pozzo petrolifero, la marea nera continua a fuoriuscire da una profondità di 1.500 m., spinta dalla pressione più elevata del giacimento e per via della minor densità del greggio rispetto all'acqua. Intanto i danni diventano più ingenti con il passare del tempo.
Ecosistemi: il 7 maggio la marea nera raggiunge le prime coste, la riserva naturale delle Isole Chandeleur al largo della Louisiana, considerate un vero e proprio paradiso naturale. Di questo baluardo della biodiversità ornitologica, rifugio del rarissimo pellicano bruno, alcune fonti riferiscono di uccelli incatramati dal greggio. Qualche giorno prima le spiagge della Baia di St Louis si erano riempite di meduse morte. Per gli esperti sono 50  gli anni necessari per smaltire gli effetti della macchia oleosa sulle coste della Louisiana.
Economia: Il NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), ente spaziale e agenzia federale sul clima, che supervisiona l’emergenza impone il divieto di pesca per almeno 10 giorni dalla foce del Mississipi al largo della Florida. Sono circa 2,4 miliardi di dollari il fatturato dell'industria della pesca, a rischio per lo sversamento.
Salute: molto probabilmente se si avesse la pazienza di monitorare nel tempo i dati sulla sanità nelle zone colpite, si noterebbe a breve termine un’esacerbazione di malattie respiratorie e patologie della pelle (follicoliti cutanee) ed in un periodo più lungo un aumento statistico dell'incidenza di tumori e aborti spontanei nella popolazione, causa l’accumulo di idrocarburi nella catena alimentare.

Chi sono i responsabili di tutto ciò e perché è successo?
Per l’amministrazione Obama "La British Petroleum è responsabile e pagherà per la perdita di greggio nel golfo del Messico", ed effettivamente la multinazionale anglo – olandese, sta spendendo 6 milioni di dollari al giorno nel tentativo di contenere la marea nera, anche se rischia di dover sborsare miliardi di dollari per i risarcimenti. In una nota ufficiale del 3 maggio da Londra: “La BP si assume la responsabilità della risposta alla marea nera... Noi la ripuliremo”. Inoltre la compagnia si impegna a “pagare tutte le richieste di indennizzo legittime e oggettivamente verificabili per le perdite e i danni legati alla marea “. La prima class action presentata da due commercianti di crostacei della Lousiania avanza una richiesta di risarcimento di 5 milioni di dollari. Però non è tutto così lineare e semplice, tra le pieghe di dati, sigle, discorsi si scoprono cose spesso interessanti che chiamano in causa politica, mondo della finanza e delle imprese. 
Bisogna fermarsi un momento  in questo racconto perché è una lunga storia che parte da lontano, nel tempo e nello spazio. Quella dei disastri ambientali nel golfo, della BP e dell’influenza delle lobby dell’energia nelle amministrazioni nordamericane. Una storia che se si segue il filo può sembrare senza legami, un gomitolo fatto di accaduti casuali, in rotta lungo le correnti, le coste e  territori di una parte di pianeta sfruttato da un’altra e i cui interessi sono immolati ai sacri valori del profitto e dell’economia globale, chiamando in causa un’idea di sviluppo e progresso non più sostenibile. 

Torniamo all’inizio, perché è scoppiata la piattaforma?
I tesissimi rapporti tra governo U.S.A. e Britsh Petroleunm, sembrano  confermare che quest’ultima abbia derogato molto sulle norme di sicurezza e che il primo in materia di politica ambientale, abbia per lo meno le idee confuse al momento. E’ stata una bolla di gas metano, partito dal fondale marino, poi esplosa in superficie, la causa del disastro. Questo significa che le valvole di sicurezza di chiusura della struttura di trivellazione (della Cameron International) non hanno funzionato. BP E' una delle quattro maggiori società del settore energetico a livello mondiale con Royal Dutch Shell, ExxonMobil, Total e non è nuova a casi simili. Marzo 2005, esplosione nella raffineria di BP a Texas City, 15 morti e 180 feriti, sempre nel 2005 da una grande piattaforma - nel Golfo del Messico - fuoriuscita di petrolio. 2006, Alaska, la British Petroleum è costretta a chiudere parte dei suoi campi di estrazione in Alaska, nella baia di Prudhoe. Sovente le commissioni d’inchiesta istituite hanno determinato che la BP nello svolgimento dei lavori ha ignorato la possibilità di prevenire i disastri. La Deepwater Horizon era una piattaforma offshore tra le più avanzate, non "pescava" soltanto sotto a 1,6 chilometri di mare, ma si spingeva per altri 3,5 chilometri sotto la crosta terrestre. Secondo Matthew Simmons, fondatore della Simmons & Company, banca texana d'investimenti specializzata in energia, consulente di George W. Bush, membro del National Petroleum Council e del Council on Foreign Relations, insomma non propriamente un ambientalista militante, anche se  il suo libro "Twilight in the desert", profetizza un imminente crollo della produzione petrolifera saudita. ”Il problema non sta nella sicurezza delle piattaforme offshore. Ma nel fatto che il petrolio "facile" al largo della Louisiana e del Texas sta continuando ad esaurirsi, spingendo le compagnie a uno sforzo tecnologico alle soglie dell'impossibile: la ricerca del greggio a grandi profondità"… La sete di petrolio, “ci ha portati troppo in basso nell'oceano e troppo vicini, o forse troppo oltre, alla soglia di rischio”. Inoltre rispetto alla marea nera: “a quella profondità, a quella pressione, a quella temperatura (gelido il mare e caldissimi gli idrocarburi) e senza visibilità… la perdita potrebbe anche andare avanti finché il greggio non si esaurisce”. Nel 1994, la profondità a cui si trivellava era inferiore ai mille metri. Eppure tutto questo stranamente è stato possibile grazie alla volontà di far decollare la “rivoluzione verde” negli Stati Uniti a tutti i costi, in quanto promessa elettorale, senza, sembrerebbe oggi, un disegno o una determinazione precisa e coerente. Agli inizi di aprile, Barak Obama ha ridato il via alle trivellazioni petrolifere offshore negli USA, dopo una lunga moratoria. Un imposta pagata alle lobby petrolifere per far passare il “Climate Bill” (la legislazione per la riduzione delle emissioni di gas serra) che riduce le emissioni degli USA. Un manifesto in cui saltano all’occhio almeno due questioni controverse i tagli previsti sono solo del 4% rispetto al 1990 e l’energia nucleare viene etichettata come verde. Se da un lato il primo balzello è un regalo alle grandi multinazionali, dall’altro il si all’“energia sporca” giustificato come necessario per raggiungere l’indipendenza energetica, è una mano tesa ai Repubblicani, strenui difensori dell’atomo. Il prezzo che si sta pagando però sembra assai caro.
Probabilmente quindi è veramente giunto  il momento di porre un freno a piani di nuove trivellazioni, non solo nel golfo del Messico, ma se questo significa importare più petrolio, utilizzando petroliere obsolete, come non ricordare la Exxon Valdez, o sostenere politiche ambientali che non privilegiano energie pulite e rinnovabili, allora non si sta affrontando il problema al di là delle questioni di sicurezza e dipendenza energetica. Allo stesso modo non sono risposte di prospettiva alcuni parossistici tentativi di arginare il danno, come l'utilizzo delle atomiche, paventato dai russi o le ipotesi di tappare la falla con l'immondizia, come evidenzia "Orizzonte Nero" il documento di Greenpeace sulla catastrofe in corso, capace di smascherare false notizie e resposanbilità di cause. 

Fonti: DPRA, GreenReport, il sole 24 ore, N. YorkTimes, El Paris, Seeking Alpha, Repubblica, Ansa, L’UNITà, ASPO, Italia-news.it, Ecologiae, Greenreport

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