Vertice di Copenaghen sul clima - Australia: le politiche ambientali

Nonostante con il nuovo governo laburista le politiche ambientali abbiano subito un nuovo corso più attento alle conseguenze dei mutamenti climatici, a pochi giorni dall’appuntamento danese per la “Conferenza mondiale ONU sul clima”, molti quesiti risultano ancora irrisolti.

Il 2007, ha segnato una nuova era nell’emisfero australe. La vittoria del laburista Kevin Rudd e la fine di 11 anni di governo conservatore, hanno coinciso con la ratifica dell’accordo di Kyoto, una svolta importante nonostante i dieci anni di ritardo. Nuova rotta, ma anche vecchie pratiche non del tutto in linea con politiche “sostenibili e verdi”. L’Australia se da un lato è conosciuta come un paradiso terrestre, per la ricchezza di flora, fauna e habitat naturali, dall’altro a livello globale è responsabile (valori raccolti nel 2007 e corrispondenti alla fotografia mondiale del 2004) dell’1,2% di emissioni di Co2 globali. Dato che, come spesso accade, se analizzato in profondità restituisce alcune sorprese. Le ultime stime dell'Onu sulle emissioni di gas serra collocano l'Australia al secondo posto nel mondo (dopo il Lussemburgo) per emissioni pro-capite, con un tasso di crescita di 1,5 tonnellate a persona dal 1990. Un’analisi quella della “vista in profondità” da tenere sempre presente se si parla della nazione più vasta dell’Oceania. In materia di politiche ambientali e inquinamento, se è vero che nel tempo sono stati siglati accordi internazionali, è altrettanto veritiero che l’antropizzazione del territorio ha causato danni irreversibili. Da una parte la salvaguardia dell’Antartide, delle specie in via d’estinzione, dei mari, della biodiversità, dello smaltimento dei rifiuti nocivi, dell’eliminazione degli scarichi in mare, ed a livello locale, insieme alle nazioni del Sud Pacifico l’attuazione di misure di protezione dell’ambiente marino e con Giappone e Cina degli uccelli migratori. Dall’altra come non ricordare lo sterminio dei conigli, che “nemici” dei raccolti, lasciando cani e gatti selvatici senza prede, li costringevano a cibarsi dei mammiferi indigeni, ora in via d’estinzione; oppure il taglio selvaggio degli alberi che attraverso le radici drenavano l’acqua salmastra del sottosuolo, permettendone la fertilità, e che ha reso milioni di ettari di terra aridi. Stesso discorso per le politiche energetiche e i combustibili fossili. Coì all’inizio di novembre sono stati approvati a finanziamento 42 progetti intesi a ridurre le emissioni, e 10,5 milioni di dollari destinati alle energie rinnovabili, tramite programmi sviluppati in collaborazione con i paesi dell'Asia-Pacific Partnership (AP6): Usa, Giappone, Corea del sud, Cina e India, ma le sovvenzioni alle miniere di carbone o il trattamento fiscale privilegiato per aziende ad elevato consumo continuano a esistere. Anche il nucleare non fa eccezione alla “variante degli antipodi”. Se il governo in carica ha deciso di non seguire la via dell’atomo, bisogna ricordare che il “nuovissimo mondo” concentra nel proprio sottosuolo alcune delle più grandi riserve di Uranio del pianeta e che secondo i risultati di un recente sondaggio Nielsen, gli australiani negli ultimi anni sono passati dal ruolo di profondi oppositori dell'energia atomica - nel 2002 solo il 38% era a favore - a, quanto meno, quello di simpatizzanti - oggi è a favore ben il 49%. Il tutto grazie a campagne che presentavano l’energia nucleare come il male minore per garantirsi l’approvvigionamento energetico. L’Australia da questo punto di vista è pressoché autosufficiente.  Una lunga sequenza di contraddizioni in vista del vertice di Copenaghen, motivi per i quali il governo è ancora incerto sul proprio contributo da sottoscrivere per la riduzione di anidride carbonica, ipotizzando un - 5% di Co2 nel 2020 rispetto ai livelli del 2000. Percentuale destinata a salire sino al 15% se le principali economie mondiali si accorderanno per un programma equivalente e al 25% nel caso in cui venga varato un patto mondiale per stabilizzare i gas serra in atmosfera a 450 ppm di Co2 equivalente nel 2050. Allora non rimane che sperare in Copenaghen, o nell'approvazione della proposta che si sta discutendo in Parlamento in questi giorni, inerente l’ introduzione del “Carbon pollution reduction scheme”, prima dell'8 dicembre. Un modo per arrivare in Nord Europa con segnali tangibili di cambiamento e strumenti certi. Voluto dai laburisti il sistema introdurrebbe un meccanismo “cap and trade” simile a quello europeo, vale a dire un tetto per le emissioni di ogni industria e la compravendita di crediti. 

Approfondimenti

Fonti: WWF, University Technology of Sidney - Institute for Sustainable Future (Au), Zerounoweb, Green Report, Energia 24 Club, Terranauta, One Green Tech, Encarta, Mondo Eco Blog

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