Vertice di Copenaghen sul clima – Sud Africa: le politiche ambientali

Tra i leader della coalizione dei paesi emergenti, il Sudafrica rappresenta la maggiore economia dell’Africa sub sahariana, ma anche quella con la più grande produzione e consumo di energia (a carbone). Motivo per il quale la posizione ufficiale in vista della “Conferenza Mondiale sul clima”, può essere riassunta con lo slogan “No money, no deal” (“Niente soldi, niente accordo”).

Unico stato rappresentante il continente africano, nella classifica dei venti che, da soli, producono il 90% di emissioni inquinanti nell’atmosfera, il Sudafrica convive con le problematiche che affliggono da sempre economie emergenti e paesi in via di sviluppo. Ricca di un patrimonio naturale tra i più importanti del pianeta, nella Repubblica Sudafricana, lo sfruttamento delle risorse naturali ha causato danni ambientali incalcolabili. Per esemplificare in cifre il tutto alcuni indicatori dello stato odierno della biodiversità sono più che sufficienti. Tra le acque territoriali vive il 15% delle specie marine mondiali, e solo il 23% della costa è protetto, in questo modo tutte e 5 le varietà di tartarughe endemiche del paese e sei di uccelli risultano essere inserite nella lista rossa IUCN degli animali in via o a rischio estinzione. Solo il 6% del territorio risulta protetto ed il 26% delle acque interne intatto, percentuale che raggiunge il 50% se si considerano le zone umide. Le strategie socio-sanitarie hanno sempre sottovalutato il diffondersi del virus HIV, vera emergenza nazionale, dando poca importanza alla messa in opera di sistemi preventivi e di contrasto all’AIDS. Secondo alcune stime la pandemia coinvolge circa l’11% della popolazione e a oggi sono duecento mila i cittadini che ricevono farmaci antivirali attraverso strutture pubbliche, private e ONG. Tutti problemi che solo gli sprovveduti non potrebbero pensare non acuirsi in futuro senza una gestione del territorio sostenibile e adeguate politiche di contrasto ai mutamenti climatici. Minare alle fondamenta la diversità biologica in nome di uno sviluppo non responsabile, significa rinunciare ad una delle maggiori fonti di sussistenza del Sudafrica stesso, dal turismo alle possibilità di resa agricola del suolo. I malati di HIV sono più esposti ai rischi provocati da inquinamento come le infiammazioni alle vie respiratorie.
In merito alle politiche ambientali o contro l’inquinamento, non manca la buona volontà, testimoniata da una corposa legislazione, ma forse da sola non è sufficiente. A livello nazionale un’indicazione chiara è già contenuta nella Costituzione che all’articolo 24 recita: “I sudafricani hanno il diritto ad un ambiente che non sia nocivo alla loro salute o al benessere”, mentre per quanto riguarda la biodiversità il testo fondamentale è la L. 57/03, che istituisce le aree protette. L’impatto ambientale e l’inquinamento dell’aria sono rispettivamente regolamentati dalla Valutazione d’Impatto Ambientale del 1997 con le modifiche intervenute nel 2004 (elaborazione di quadri di gestione ambientale per determinate zone geografiche per decidere dove lo sviluppo può o non può avere luogo);  dalla L. 39/04 (definizione di norme sia per la qualità dell'aria che delle emissioni e l'istituzione di stazioni di monitoraggio). Anche le azioni per combattere i mutamenti climatici dal 2004, seguono delle linee guide, le Climate Change Strategy Response, che delineano lo sviluppo di un programma energetico sostenibile e l'accesso a risorse finanziarie per la ricerca, l'istruzione, e la formazione in questo campo. Leggi giovani, come il Sudafrica stesso, d’altronde non bisogna dimenticare che le prime elezioni libere estese a tutte le razze, che posero fine al regime segregazionista dell’apartheid si tennero nel 1994. Giovane e nascosto e quindi come tutti gli “adolescenti ghettizzati” smanioso di “crescere” e di “recuperare” il terreno perduto. Da qui uno sviluppo economico iper accelerato, che lo pone tra i paesi a reddito medio, secondo la Banca Mondiale. Eppure i disagi non mancano, la maggior parte dei sudafricani risultare essere sotto la soglia della povertà, e molti non hanno accesso all’energia elettrica, nel 2001 il 25% delle famiglie utilizzava legno quale principale risorsa per riscaldarsi e cucinare. Proprio l’energia è una delle questioni più controverse in vista del vertice danese dei prossimi giorni. La maggior parte dell’approvvigionamento energetico nel 2000 derivava da sorgenti altamente inquinanti dell’atmosfera o rilascianti grandi concentrazioni di scorie nell’ambiente: 70,8% dal carbone, 17,8% dal petrolio e 0,7 dal nucleare, solo meno dell’1% derivava da fonti rinnovabili. L’alta dipendenza dai combustibili fossili ed i processi di trasformazione delle materie prime per generare energia rappresentano il 75% delle emissioni di gas a effetto serra. L’illuminazione nella Repubblica Sudafricana è prodotta per il 93% grazie al carbone, di cui i giacimenti abbondano, anche se di bassa qualità, per questo sono necessari complicati processi di arricchimento che creano notevoli quantità di rifiuti solidi. La produzione di 1 kilowattora di energia elettrica richiede 0,5 kg di carbone, 1,29 litri di acqua ed immette nell'aria 142 g di ceneri e 0,9 kg di anidride carbonica. Una tonnellata di carbone per cui genera 284 kg (28% della propria massa) di rifiuti e polveri sottili. Insomma numeri che se uniti a quelli dei rifiuti urbani che tra il 2001 ed il 2004 hanno visto un tasso di crescita pari all’1,4%, danno l’idea dell’impegno enorme da intraprendere sulla strada del progresso sostenibile, senza scordare gli OGM, dove il percorso sembra ancora irto di ostacoli, nonostante lo sviluppo di un sistema di tracciabilità (per difendere le proprie esportazioni? O per preoccupazione legate alla salute?).
E’ questo lo scenario in cui si inserisce la linea del governo di Pretoria in vista del summit di Copenaghen, sottolineata dal Ministro dell’Agricoltura Thema Maseko: "Siamo impegnati a intraprendere azioni responsabili a ridurre le emissioni, ma non siamo pronti ad accettare gli eventuali obiettivi che potrebbero minare la nostra traiettoria di crescita",  tradotto: nessun accordo se l'1 per cento del PIL mondiale non viene accantonato dalle nazioni ricche per aiutare i paesi in via di sviluppo a fronteggiare i disastri, legati ai cambiamenti climatici e ad ottenere la tecnologia per ridurre le emissioni di carbonio. In questo caso in Sud Africa si potrebbe perseguire l’obiettivo della riduzione delle emissioni del 30% entro il 2050

Approfondimenti:

Fonti: Il Sole 24 Ore, Rinnovabili.it, WWF,  Commissione Europea – Ambiente, CARMA - Carbon Monitoring for action, South Africa Info, COP 15 Copenaghen, Reuters, Department Environmental Affairs and Tourism – Republic of South Africa

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