Armi chimiche: Un’eredità ancora pericolosa

Secondo Legambiente oltre 30mila gli ordigni inabissati nel mare Adriatico. In un comunicato stampa la presentazione dell'analisi desi di sei siti inquinati: Lago di Vico, Molfetta, Pesaro, Golfo di Napoli, Colleferro e basso Adriatico.
 
“Un cimitero chimico letale per l’ecosistema e la salute delle persone”. Silenziosi e letali. Sono oltre 30mila gli ordigni inabissati nel sud del mare adriatico, di cui 10mila solo nel porto di Molfetta e di fronte a Torre Gavetone, a nord di Bari; 13mila i proiettili e 438 i barili contenenti pericolose sostanze tossiche inabissati invece nel meraviglioso golfo di Napoli; 4300 le bombe all’iprite e 84 tonnellate di testate all’arsenico nel mare antistante Pesaro. Ci sono poi i laboratori e i depositi di armi chimiche della Chemical City in provincia di Viterbo e l’industria bellica nella Valle del Sacco a Colleferro. Infine sono migliaia le bomblets, piccoli ordigni derivanti dall’apertura delle bombe a grappolo, sganciati dagli aerei Nato sui fondali marini del basso Adriatico durante la guerra in Kosovo. Questi arsenali, prodotti dall’industria bellica italiana dagli anni ‘20 fino alla seconda guerra mondiale e coperti per anni dal Segreto di Stato, continuano a rilasciare pericolose sostante tossiche che da più di ottant’anni causano gravi danni all’ecosistema della Penisola e alla salute delle popolazioni locali.
Legambiente, insieme al Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche, ha fatto il punto della situazione con il dossier “Armi chimiche: Un’eredità ancora pericolosa”.
Il dossier di Legambiente e del Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche si apre con l’analisi dei siti più noti del Lazio e della Puglia: la Chemical City sul lago di Vico (Vt) e il porto di Molfetta e Torre Gavetone a nord di Bari. Nel viterbese il mistero che per decenni ha avvolto la Chemical City, il centro di ricerca e produzione di armi chimiche voluto da Mussolini e attivo fino agli anni ’70, è stato scoperto solo nel 1996 quando un ciclista è rimasto intossicato da una fuga del gas asfissiante mentre erano in corso le operazioni segrete di svuotamento delle cisterne dell’impianto avviate proprio in quell’anno. Solo in quel momento la popolazione, fino allora ignara, ha scoperto la dimensione del problema.
Nelle Marche e in Campania ci sono altri siti, individuati da diversi documenti militari, su cui fino ad ora non è stata fatta nessuna indagine accurata per certificarne la presenza, localizzare e quantificare il materiale presente, come l’area marina di Pesaro o del Golfo di Napoli. A Pesaro nel 2010 un gruppo di cittadini ha iniziato a chiedere notizie certe sugli ordigni all’iprite e all’arsenico abbandonati dai tedeschi in mare marchigiano nel 1944 durante la loro ritirata. Nel luglio scorso l’Arpa Marche ha dato il via alla prima campagna di monitoraggio sui sedimenti marini senza riscontrare valori al di sopra delle soglie stabilite. Legambiente e il Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche auspicano che venga nominata una attività permanente d’indagine che coinvolga vari soggetti tra cui Arpam e Università di Urbino, per compiere un monitoraggio costante nel tempo e quindi intraprendere le eventuali azioni di bonifica.
Per quanto riguarda il Golfo di Napoli, invece, la situazione è testimoniata al momento da documenti militari americani segreti, di cui sono noti alcuni stralci, che indicano l’area intorno a Ischia come sito di abbandono di bombe chimiche subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Una vera e propria discarica chimica e anche il mare circostante l’isola di Capri non sembra essere esonerato dal problema. Per questo è necessario che le istituzioni competenti si attivino per trovare i mezzi e le risorse economiche per compiere un attento monitoraggio dei fondali e dare il via alle eventuali azioni di risanamento.
Il dossier si conclude con l’analisi dell’industria bellica di Colleferro, in provincia di Roma.

Link al dossier
 
Fonte: Legambiente
 
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