Cina all'avanguardia nelle eco-risposte?

La Cina ed il suo sviluppo sono gli spettri dietro cui si giustificano i non progressi delle politiche ambientali planetarie, dall'imminente fine del petrolio, all'aumento del surriscaldamento globale, ma se si analizza quanto accade a Pechino, si scopre come questa realtà sia spesso dettata da luoghi comuni.

Nel novembre scorso il rapporto curato dal Worldwatch Institute, una delle più antiche e prestigiose organizzazioni ambientaliste americane, ha ridimensionato fortemente la portata di questi luoghi comuni. Lo studio Powering China's Development: The Role of Renewable Energy pubblicato in dal ricercatore Eric Martinet e da Li Junfeng, il vice presidente della società cinese per l'energia rinnovabile, illustra uno scenario molto diverso da quello che siamo soliti associare al colosso asiatico, e dimostra che quanto sostenuto al XVII congresso del Partito comunista cinese, che ha annunciato la necessità per il Paese di imboccare la strada dello sviluppo sostenibile, non era un bluff.
Si legge nel rapporto del Worldwatch, che la Cina è sulla buona strada per raggiungere e probabilmente superare il suo obiettivo di produrre entro il 2020 il 15% dell'energia da idroelettrico, sole, vento e biomasse, toccando quota 400 gigawatt, il triplo degli attuali 135 gigawatt prodotti. Un risultato che potrebbe quindi avvicinarsi molto all'ambizioso traguardo del 20% fissato per lo stesso anno dall'Unione Europea, riconosciuto leader mondiale nella lotta ai cambiamenti climatici. La performance positiva di Pechino, stando ancora alla ricerca, potrebbe poi portare il paese a raggiungere quota 30% nel 2050. Pechino ricava da fonti rinnovabili l'8 per cento della sua energia e il 17 per cento della sua elettricità. Cifre destinate a diventare nel 2020 rispettivamente almeno il 15 e il 21 per cento. La produzione di turbine a vento e di celle fotovoltaiche nel 2006 si è raddoppiata, lasciando presagire nel giro di un triennio il sorpasso di Europa e Giappone, che attualmente in questi due settori detengono la leadership mondiale. Aggiungendo così un nuovo primato a quelli già conquistati nel minidrico e nel solare termico. Certo ad oggi se si ha la possibilità di visitare Pechino si rimane scioccati dal cielo color smog, ma il colosso asiatico sembra aver capito che così non può continuare e con il suo solito stile di frenesia produttivistica sta investendo in un futuro diverso.
E Il mosaico dei provvedimenti presi dalla Cina nella rincorsa a uno sviluppo più rispettoso dell'ambiente si arricchisce di un'altra tessera. Dopo i severi limiti alle emissioni delle automobili (la legge del 2004 fissa regole più dure che negli Usa), oggi la battaglia è dichiarata ai sacchetti di plastica. Il divieto, che scatterà dal prossimo primo giugno, riguarda le buste realizzate con materiale sottile (sotto i 0,025 millimetri di spessore), mentre quelle più spesse e resistenti potranno continuare a essere usate. I negozianti saranno obbligati però a farle pagare ai consumatori, indicandone chiaramente il prezzo alla cassa, dissuadendoli quindi da un loto uso indiscriminato.

Stiamo parlando di circa tre miliardi di sacchetti utilizzati ogni giorno con la conseguenza ben comprensibili di enormi problemi nel loro smaltimento, perché significa che nel giro di poche ore questa quantità di plastica si trasforma in spazzatura. E'chiaro che questa scelta va vista sottoforma d'investimento per ridurre le importazioni petrolifere. La Cina per produrre il suo fabbisogno di buste, deve raffinare ogni anno 5 milioni di tonnellate di greggio che equivalgono a 37 milioni di barili. Sembra quindi che sia questa una scelta legata decisamente al raggiungimento dei 100 dollari a barile per il greggio.
"Dobbiamo incoraggiare le persone a ritornare all'uso delle buste di stoffa e dei cesti per le verdure", si legge nella nota del governo sul suo sito web.
La decisione di Pechino allunga la lista dei Paesi che hanno deciso di dichiarare guerra ai sacchetti non biodegradabili. La messa al bando parziale o totale delle buste sintetiche è stata già avviata, con diverse date per lo stop definitivo, in Francia, in Uganda, in Australia, in diverse città degli Stati Uniti e in Bangladesh, dove il provvedimento è stato varato nel 2002 quando si è scoperta la responsabilità dei sacchetti di plastica nell'intasare il sistema di deflusso delle acque, aggravando drammaticamente i danni delle frequenti alluvioni, e se ne sta discutendo anche a Londra.

Anche in Italia esistono delle linee guida varate con la passata finanziaria; si indicava il 2010 come data per la messa al bando degli shoppers in plastica, ma ad oggi , ed è passato un intero anno non è stato fatto neppure un passo per rendere operativa questa scelta. E poi parliamo della Cina

FONTE: La Repubblica

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