“Stop pesticidi”: in Italia non presenti nel 61% degli alimenti

L’impiego di pesticidi in agricoltura serve a proteggere le piante dagli attacchi d'insetti e dai possibili sviluppi di malattie biotiche. Un utilizzo molto diffuso in agricoltura, nonostante oggi sia possibile ricorrere a tecniche alternative, incentivate dalla Comunità Europea al fine di minimizzare i rischi legati all’uso di principi attivi che danneggiano l’uomo e l’ambiente, come ben evidenziato nel rapporto di Legambiente.

Nell’analisi dell’associazione ambientalista i dati statistici legati alla vendita di prodotti fitosanitari sono in riduzione (71.613 tonnellate nel 2010) a fronte di (59.422 tonnellate nel 2014).
Un dato positivo che andrebbe comparato con il calo della superficie a uso agricolo e che, secondo il World Bank Group, sarebbe in diminuzione a livello europeo del (2% dal 2010 al 2015, trend seguito dall’Italia con una diminuzione del 9,1%), e con la superficie dedicata alla produzione biologica.
Secondo il SINAB (Sistema d’Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica), in Italia vi è un graduale aumento di aziende agricole che non fanno ricorso a pesticidi producendo il biologico, trend positivo che fa aumentare la superficie ad agricoltura biologica di circa 800mila ettari.

Tuttavia secondo l’ultimo rapporto Eurostat del 2016 l’Italia rimane al terzo posto dei paesi dell’Unione Europea dove si vendono più pesticidi.
Studi scientifici hanno dimostrato le negative ricadute che derivano dall’esposizione diretta e indiretta dei pesticidi sulle persone e sull’ambiente poiché, solo una minima parte dei prodotti fitosanitari raggiunge il bersaglio, mentre la quantità maggiore si disperde nell’ambiente, nell’aria, nel suolo e nell’acqua, provocando danni agli organismi non bersaglio del trattamento.
Legambiente e Unione Europea si sono impegnati per dei miglioramenti volti a diminuire l’uso di pesticidi.
Le direttive che hanno definito un quadro d’azione a livello comunitario hanno rimandato agli Stati membri  l’adozione di Piani d’Azione Nazionali per l’uso sostenibile di questi prodotti.
Nonostante questo le quantità che i vari laboratori pubblici regionali in Italia continuano a rintracciare nei campioni di ortofrutta rimangono molto elevate, quantità in crescita in termini di campioni multiresiduo nel triennio (2014 – 2017), con campioni record nelle mele, fragole, uva e con maggiore quantità nei prodotti di origine estera.
Le sostanze attive più frequenti rilevate negli alimenti sono il Boscalid, Metalaxil, Imidacloprid, Fosmet, Chlorpyrifos, che studi scientifici riconoscono come interferenti capaci di alterare il normale funzionamento del sistema endocrino e causare danni gravi.
Ben 9.939 campioni alimentari sono stati analizzati nel 2017 dai laboratori pubblici italiani, il 61% sono stati quelli regolari, un risultato positivo, ma che non basta a far diminuire l’attenzione. Nella frutta con uno o più residui sono risultati circa l’80% delle pere, pesche e uva da tavola. Il 64% delle pere e il 61% dell’uva e il 57% delle pesche sono risultate con presenze di multiresidui.
Rilevante rimane il dato sulla frutta che proviene dall’estero dove solo il 35,5% dei campioni è priva di residui e il 60% è regolare con almeno un residuo, mentre il 3,8% è irregolare, con un campione di peperone proveniente dalla Cina con ben 25 residui di pesticidi.
Ciò che troviamo sotto forma di residuo negli alimenti è con molta probabilità precedentemente immesso nell’ambiente di coltivazione dove queste sostanze vanno a sedimentarsi nelle falde acquifere e persistono nel tempo.

L’ASPRA nel 2018, secondo l’ultimo Rapporto Nazionale pesticidi nelle acque, elaborando i dati riguardanti campioni di acqua sotterranei e superficiali trova complessivamente 398 sostanze presenti in più della metà dei punti di monitoraggio delle acque pari al 67% dei 1554 punti oggetto di verifica.
La presenza di pesticidi nelle acque riferita al biennio 2015 – 2016, risulta essere più diffusa in Friuli Venezia Giulia, provincia di Bolzano, Piemonte e Veneto e in più dell’80% dei punti in Emilia Romagna e Toscana. Supera il 70% in Lombardia, l’81% in Friuli, il 66% in Piemonte e in Sicilia il 60%.
Proprio in Sicilia a proposito del pomodoro coltivato in serre è stata rintracciata la più ampia varietà di principi attivi (ricerca e analisi effettuata dai laboratori Italiani nel 2017), dove sono state trovate 50 sostanze diverse in oltre il 50% dei pomodori analizzati, fungicidi e insetticidi le sostanze rinvenute e nello specifico Boscalid, Imidacloprid, Methoxyfenozide.

Altro problema legato ai pesticidi è quello del loro commercio illegale che riguarda l’importazione di paesi terzi legati ad un mercato parallelo con formulati chimici contraffatti e non ammessi all’utilizzo. Questi rappresentano il 10% del mercato Europeo, come emerge da uno studio della direzione generale Salute e alimentazione (Sante) della Commissione Europea che evidenzia un aumento del commercio di questi prodotti, con un tasso più alto nei paesi confinanti con quelli extra Unione Europea. Ad esempio: Cina, India Malesia, Indonesia, Turchia e Ucraina. Dagli anni 2000 a oggi le indagini hanno riguardato anche Spagna, Germania, Italia, Grecia, Paesi Bassi e Polonia rinvenendo anche in questo caso delle irregolarità.

Nell’ambito delle numerose indagini sul caporalato i controlli condotti dalla Squadra Mobile di Ragusa hanno messo in evidenza come in tale ambito si registrano mancanze di rispetto delle norme in materia della salute dei lavoratori esposti senza alcuna forma di tutela ai pesticidi.
Tutto ciò oltre a danneggiare la salute dell’uomo si riversa sull’ambiente facendo la sua parte riguardo ai cambiamenti climatici.

Fonte: Dossier “Stop pesticidi” Legambiente

 

Redazione


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