La comunità scientifica internazionale si riunisce dal 10 al 12 Marzo all'Università di Copenhagen per un summit di supporto ai leaders mondiali, che rielaboreranno il protocollo di Kyoto nel dicembre prossimo. I massimi esperti forniranno al mondo politico e legislativo, la base scientifica da cui partire per qualsiasi forma di rilancio degli obbiettivi ambientali dei prossimi anni.
1.600 ricercatori provenienti da oltre 80 paesi stanno partecipando alla tre giorni sul tema «I mutamenti climatici: rischi globali, sfide e soluzioni». Organizzato dall’Università di Copenhagen in collaborazione con altri nove atenei del mondo, è il maggior congresso scientifico che sia mai stato organizzato sul clima.
Lo scopo è quello di aggiornare i dati contenuti nel rapporto Onu del foro intergovernativo sui mutamenti climatici (Ipcc) redatto nel 2007 che contiene i risultati di ricerche compiute oramai più di cinque anni fa. I risultati saranno la base ufficiale di riferimento per i negoziati sui cambiamenti climatici che si terranno a Copenhagen nel prossimo dicembre con il compito difficilissimo di scrivere il trattato che rimodernerà il protocollo di Kyoto, giunto ormai a scadenza, sulla limitazione delle emissioni di biossido di carbonio (anidride carbonica).
Due sono gli argomenti su cui si concentrerà l’attenzione degli esperti presenti alla Conferenza: l’innalzamento del livello dei mari e la loro acidificazione.
Le ricerche più recenti sottolineano infatti come l’innalzamento del livello dei mari causato dal riscaldamento climatico rappresenti un pericolo più grande di quanto si è finora pensato. Questo perché i ghiacciai dell’Antartico e della Groenlandia si stanno sciogliendo a un ritmo maggiore rispetto a quello su cui si basavano i modelli utilizzati oggi, cosa che comporterà presumibilmente l’aumento delle inondazioni nelle aree costiere più basse rispetto al livello delle acque, come il Bangladesh, la California, le Maldive e l’Olanda. In dettaglio, gli scienziati erano convinti che gli oceani potessero salire tra i 20 e i 60 cm nel 2100 (dal rapporto del 2007 ). Nella sessione scientifica Copenhagen verrà presentata una ricerca del British Antartic Survey (ente indipendente di ricerca sull’ambiente tra i più quotati) che utilizzando i nuovo dati sullo scioglimento dei ghiacciai dell’Antartico e della Groenlandia propone un modello che prevede un aumento di almeno 1 metro nel 2100. Due sono le conseguenze più gravi che una crescita così significativa degli oceani potrebbe creare: da una parte la contaminazione delle acque dolci, sia sotterranee che di superficie (in alcuni Paesi come Israele, Thailandia, Cina e Vietnam si sono già registrati casi di salinizzazione di sorgenti), dall’altra lo spostamento delle masse di popolazione che abitano sulle coste. In Bangladesh, ad esempio, si stima che un innalzamento di un metro dell’oceano Indiano causerebbe l’allagamento del 17% del Paese, riducendo la superficie coltivabile del 50%.
Altrettanta importanza rivestirà nelle discussioni degli scienziati l’acidificazione dei mari. In questo caso la novità è rappresentata da un rapporto dell’Università di Bristol, che lancia l’allarme sulla rapidità con cui il ph oceanico sta scendendo a causa dell’aumento dell’anidride carbonica di origine antropica assunta tramite lo scambio con l’atmosfera. L’eccessiva acidità è un grave rischio per la salute della fauna marina e potrebbe provocare l’estinzione di alcune specie, a partire dallo scioglimento delle conchiglie dei molluschi costituite da carbonato di calcio. Secondo gli scienziati, un tale livello non si raggiungeva dal tempo dei dinosauri. Attualmente il ph delle acque di superficie, più basso rispetto a quello delle acque profonde perché assorbono la maggior parte dell’anidride carbonica, è sceso a 0,1; il rapporto considera la soglia dello 0,2 come il livello di ph delle acque profonde sotto il quale si rischia l’acidificazione massiccia degli oceani e l’assunzione dei rischi di estinzione di determinate specie.
Lo scopo è quello di aggiornare i dati contenuti nel rapporto Onu del foro intergovernativo sui mutamenti climatici (Ipcc) redatto nel 2007 che contiene i risultati di ricerche compiute oramai più di cinque anni fa. I risultati saranno la base ufficiale di riferimento per i negoziati sui cambiamenti climatici che si terranno a Copenhagen nel prossimo dicembre con il compito difficilissimo di scrivere il trattato che rimodernerà il protocollo di Kyoto, giunto ormai a scadenza, sulla limitazione delle emissioni di biossido di carbonio (anidride carbonica).
Due sono gli argomenti su cui si concentrerà l’attenzione degli esperti presenti alla Conferenza: l’innalzamento del livello dei mari e la loro acidificazione.
Le ricerche più recenti sottolineano infatti come l’innalzamento del livello dei mari causato dal riscaldamento climatico rappresenti un pericolo più grande di quanto si è finora pensato. Questo perché i ghiacciai dell’Antartico e della Groenlandia si stanno sciogliendo a un ritmo maggiore rispetto a quello su cui si basavano i modelli utilizzati oggi, cosa che comporterà presumibilmente l’aumento delle inondazioni nelle aree costiere più basse rispetto al livello delle acque, come il Bangladesh, la California, le Maldive e l’Olanda. In dettaglio, gli scienziati erano convinti che gli oceani potessero salire tra i 20 e i 60 cm nel 2100 (dal rapporto del 2007 ). Nella sessione scientifica Copenhagen verrà presentata una ricerca del British Antartic Survey (ente indipendente di ricerca sull’ambiente tra i più quotati) che utilizzando i nuovo dati sullo scioglimento dei ghiacciai dell’Antartico e della Groenlandia propone un modello che prevede un aumento di almeno 1 metro nel 2100. Due sono le conseguenze più gravi che una crescita così significativa degli oceani potrebbe creare: da una parte la contaminazione delle acque dolci, sia sotterranee che di superficie (in alcuni Paesi come Israele, Thailandia, Cina e Vietnam si sono già registrati casi di salinizzazione di sorgenti), dall’altra lo spostamento delle masse di popolazione che abitano sulle coste. In Bangladesh, ad esempio, si stima che un innalzamento di un metro dell’oceano Indiano causerebbe l’allagamento del 17% del Paese, riducendo la superficie coltivabile del 50%.
Altrettanta importanza rivestirà nelle discussioni degli scienziati l’acidificazione dei mari. In questo caso la novità è rappresentata da un rapporto dell’Università di Bristol, che lancia l’allarme sulla rapidità con cui il ph oceanico sta scendendo a causa dell’aumento dell’anidride carbonica di origine antropica assunta tramite lo scambio con l’atmosfera. L’eccessiva acidità è un grave rischio per la salute della fauna marina e potrebbe provocare l’estinzione di alcune specie, a partire dallo scioglimento delle conchiglie dei molluschi costituite da carbonato di calcio. Secondo gli scienziati, un tale livello non si raggiungeva dal tempo dei dinosauri. Attualmente il ph delle acque di superficie, più basso rispetto a quello delle acque profonde perché assorbono la maggior parte dell’anidride carbonica, è sceso a 0,1; il rapporto considera la soglia dello 0,2 come il livello di ph delle acque profonde sotto il quale si rischia l’acidificazione massiccia degli oceani e l’assunzione dei rischi di estinzione di determinate specie.
Fonti: The Guardian, Repubblica
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