Copenaghen: niente di nuovo

Si è concluso dopo circa due settimane di lavori il vertice di Copenaghen ed ancora una volta i leaders mondiali non sono riusciti a trovare un accordo concreto per combattere il "climate change". Al termine di Cop15 rimane ben poco se non la delusione di quanti vi avevano riposto speranze. I paesi più industrializzati ancora una volta non si sono dimostrati all'altezza della sfida che il mondo ha davanti.

Forse in troppi, credevano che Cop15 fosse un'occasione che nessuno avesse intenzione di perdere, né i grandi né i piccoli Paesi che compongono questo globo malaticcio e sempre più in difficoltà. Già durante gli undici giorni di lavori si comprendeva che nulla sarebbe cambiato nella governance mondiale rispetto a Kyoto, e che forse gli unici obbiettivi raggiungibili erano lo stanziamento di fondi per i paesi non appartenenti al primo mondo e il cosiddetto Cap & Trade.

E infatti così è stato, nonostante la mobilitazione delle comunità scientifiche che hanno messo in guardia i leaders mondiali su cosa significasse non presentarsi all'altezza della sfida che i cambiamenti climatici impongono; nonostante una mobilitazione mondiale che ha fatto crescere l'interesse intorno ad un vertice caricandolo di significati ed aspettative; nonostante la mobilitazione sociale nelle vie di Copenaghen che è stata duramente repressa dalle forze dell'ordine danesi.
Cop15 si conclude con un comunicato ufficiale che recita che "i partecipanti al summit prendono atto di tutto", che significa che non reputano vincolante nulla di quanto proposto all'interno della conferenza. Ancora una volta Usa, Cina e India hanno clamorosamente fatto naufragare ogni bozza di accordo possibile, mandando su tutte le furie quei paesi che si sono presentati con proposte e iniziative tese a incidere sulla situazione presente e futura. Copenaghen dice che ci sarà un impegno vago a mantenere al di sotto dei due gradi centigradi l'innalzamento delle temperature ( come se si trattasse di avere inverni più caldi e non essere testimoni del cambiamento della distribuzione delle piogge, della riduzione di ghiacciai e fiumi, dell'aumento del livello dei mari...), che verranno stanziati 30 miliardi di dollari per il 2010-2012 e 100 miliardi all'anno dal 2020 in poi per i paesi più poveri. Tutto qui , questo il succo di quello che si fa fatica a chiamare accordo.

Infine due considerazioni di merito:

  • l'unico dato positivo risiede nel fatto che il cambiamento climatico è stato preso, almeno teoricamente, in considerazione a differenza degli anni scorsi;
  • il ruolo assunto dalle isole Tuvalu  minacciate dall'innalzamento dei mari legato all'aumento delle temperature, che hanno rifiutato, trovando poi l'appoggio da altri stati di approvare qualsiasi cosa che non fosse un minimo concreta e vincolante.

E' fissato per il prossimo anno in Messico l'appuntamento per rendere vincolanti le prese d'atto di Copenhagen, chissà a che punto saremo.

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