Europa e ambiente: retromarcia dell’Italia

A un anno dalla firma degli accordi europei in materia ambientale l’Italia cambia la propria posizione. Il governo italiano  propone a Bruxelles delle deroghe sulla riduzione delle emissioni inquinanti come una delle soluzioni per contrastare il costo della crisi economica.

Con la recessione alle porte è giusto che le aziende trascurino la salvaguardia ambientale? È sotto le spoglie di un quesito sibillino che il governo italiano chiede ai cittadini (italiani ed europei) di aderire al taglio delle politiche ambientali. La paura che un’azienda chiuda i battenti è maggiore di quella che l’effetto serra ci soffochi?
In realtà l’Italia non è riuscita ad avvicinarsi agli obiettivi di riduzione degli inquinanti e il breve tempo a disposizione non consente, in un periodo di crisi, di recuperare l’empasse. Non basta arguire in televisione che se l’America non ha firmato Kyoto ed è in recessione allora l’Europa da sola non può farcela, oppure affermare che il bene primario del paese è il lavoro. Fino a pochi mesi fa la salvaguardia dell’ambiente era ai primi posti dell’agenda europea, possibile che questa priorità sia improvvisamente svanita? Possibile che nel giro di pochi giorni vengano varati piani di emergenza nazionale mentre per l’ambiente assistiamo a un continuo traccheggio? Confindustria sostiene che gli adeguamenti di sostenibilità ambientale comporteranno per le imprese italiane tra i 20 e i 27 miliardi di euro d’aggravio, mentre in Europa il maggior prezzo pagato dalle aziende sarà di 180 miliardi di euro, con «benefici infinitesimali per l’ambiente». Ma è giusto, come principio, che le imprese non paghino per gli eventuali danni all’ecosistema (diretti e indiretti) da loro stesse perpetrati?
Il recente vertice del Consiglio Europeo, tenutosi a Bruxelles il 15 e 16 ottobre scorso, ha scoperto le carte in tavola. L’Italia è pronta al veto sul pacchetto clima varato a marzo 2008 dall’Unione Europea (il provvedimento per la riduzione delle emissioni di gas serra del 20% entro il 2020). Il nostro paese ha chiesto di rinegoziare le quote di anidride carbonica da tagliare e l’incremento di efficienza energetica nelle rinnovabili. La proposta è quella di valutare ogni intervento alla luce del principio “costi – benefici”, applicando le direttive ambientali in base alla specificità dei singoli paesi. Un principio votato anche dalla Polonia e da altri sette paesi dell’Europa dell’est, ma visto con interesse anche dalla Germania, preoccupata dal rallentamento delle proprie industrie automobilistiche e siderurgiche.
Contraddire le politiche europee, però, non significa automaticamente rispettarle in un secondo tempo o arginare la crisi economica. Il presidente di turno dell’Unione, Sarkozy, ha ribadito con forza la necessità di centrare gli obiettivi europei in materia ambientale, subito sostenuto dal presidente della Commissione Manuel Barroso e dal premier inglese Gordon Brown, non trovando l’adesione del nostro ministro all’ambiente.
Il prossimo vertice è atteso a dicembre, se dovesse fallire la discussione slitterebbe in primavera; poi si dovrebbe attendere l’elezione del nuovo Parlamento europeo ad inizio estate, poi l’insediamento della nuova Commissione in autunno. L’anno prossimo ci troveremmo esattamente allo stesso punto di partenza, con una politica ambientale d’insieme bloccata dalle decisioni nazionali e poco attenta al medio e lungo termine.

Il Consiglio Europeo del 15 e 16 ottobre
http://ec.europa.eu/italia/attualita/primo_piano/aff_istituzionali/consiglioeuropeo15161008_it.htm

Report seduta del Cosiglio Europeo (pdf)
http://www.consilium.europa.eu/cms3_applications/applications/newsroom/loadDocument.ASP?cmsID=221&LANG=IT&directory=it/ec/&fileName=103439.pdf

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