L’Amazzonia, le foreste ed il surriscaldamento globale

Mentre recenti voci, sembrano contrastare le teorie sul surriscaldamento globale ed i suoi effetti, due recenti studi, patrocinati dall’Unep e dall’Acto il primo e dall’Università dell’Arizona il secondo, analizzano come la selva latino americana e gli alberi in generale, reagiranno nei prossimi anni ai cambiamenti climatici. E le notizie non sono buone.

La tecnologia è maggiormente accostata al progresso ed all’industria e molto meno alla salvaguardia ed al rispetto dell’ambiente. Ma sono proprio le moderne forme di monitoraggio ed analisi di ricerca, con largo utilizzo delle innovazioni tecnologiche, che continuano a svelare i rischi e i tempi massimi di intervento perchè il pianeta in cui viviamo continui a respirare.
Ad esempio lo studio “Prospettive ambientali in Amazzonia”, voluto dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep) e l’Organizzazione del Trattato di cooperazione amazzonica (Acto), si basa su nuovi dati provenienti dalle osservazioni satellitari. Utilizzando quelli della Nasa provenienti dalle sonde Terra e Aqua, è stato possibile mappare la  capacità della foresta amazzonica di assorbire o rilasciare il carbonio. Un modello digitale per studiare il modo con cui l'Amazzonia reagirà all'incremento delle temperature previsto per i prossimi anni. Tra previsioni più o meno positive lo scenario non cambia. La distruzione di una percentuale importante della principale foresta pluviale terrestre, il polmone della Terra, sembra inevitabile stando l’attuale stato di cose.  "Gli impatti del cambiamento  climatico sull'Amazzonia sono ben peggiori di quanto previsto" ha spiegato Vicky Pope, del Met Office's Hadley Centre, "Il rapido innalzamento delle temperature nel prossimo secolo causerà all'Amazzonia danni difficili da prevedere, ma stiamo ammassando problemi per il futuro… Con un aumento di soli 4° C la foresta che conosciamo non ci sarà più ". Gli studi in questo genere non sono una novità, ma mai erano stati effettuati sul lungo periodo e se è vero che l’aumento della temperatura permette agli alberi di crescere più velocemente, è altrettanto vero che ne diminuisce anche le prospettive di vita. E’ proprio la decomposizione delle masse vegetali a determinare una diminuzione della capacità di sequestrare carbonio nella biomassa e nel suolo, che viene assorbito si dagli alberi, ma quando questi sono in vita. Inoltre le minori precipitazioni ed i maggiori periodi di siccità, dovuti all’effetto serra, incrementano il rischio di incendi, alimentando questo circolo vizioso. Con un innalzamento delle temperature di 2°C rispetto al livello pre-industriale, secondo l’analisi il pericolo è quello di perdere dal 20 al 40% dell'Amazzonia entro i prossimi cento anni. A 3° C la percentuale sale al 75%, a 4° C si arriva all'85%. E nella foresta sudamericana è presente un quinto dell'acqua dolce del pianeta, il 40% scorre nei bacini idrografici ed il 60% è restituito all’atmosfera dagli alberi.
Contemporaneamente in questi giorni uno studio diretto da Henry Adams dell’ Università dell’Arizona a Tucson, pubblicato sui “Proceedings of the National Academy of Sciences” ha dimostrato che il riscaldamento globale aumenta il rischio di morte degli alberi. La sperimentazione consisteva nell’osservazione delle reazioni di 20 pini, in laboratorio, piantati metà in condizioni di temperatura normale, metà in un habitat di 4 gradi più caldo. La longevità del secondo gruppo è risultata per il 100% dei casi notevolmente ridotta rispetto a quelli del primo, quindi indipendentemente dalla presenza di parassiti o altre conseguenze del cambiamenti climatici, con il solo aumento di temperatura la mortalità degli alberi aumenta esponenzialmente.

Fonte: www.salvaleforeste.it, La Stampa

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