L'opinione pubblica inglese in questi giorni ha rinvigorito un dibattito sull'energia nucleare che sembrava chiuso da tempo. La scintilla è stata la pubblicazione di un articolo uscito a metà novembre sul Guardian che aveva fatto luce su un accordo sospetto tra il Governo inglese e le imprese incaricate di smantellare il sito di Sellafield, dove, secondo l'autore dell'inchiesta, non sono state rispettate le procedure parlamentari, favorendo le imprese operanti, che saranno esonerate dal dover dare risarcimenti sotto i 14 milioni di sterline in caso di incidenti. L'effetto è stato altissimo perché nel frattempo, è nata la necessità di individuare un secondo sito per lo stoccaggio delle scorie, facendo lievitare enormemente i costi della decomissioning inglese. A tutto ciò si è aggiunto il successo del libro del giornalista francese Eric Ouzounian, Vers un Tchernobyl français, che raccoglie la testimonianza anonima di un dirigente di EDF che racconta i problemi di sicurezza di una filiera nucleare in via di privatizzazione.
Proprio sulla questione scorie-costi-sicurezza, il governo di Edimburgo si è espresso negativamente: " Non ci sono proposte chiare per lo smaltimento delle scorie e non vogliamo approvare costi così elevati e potenzialmente senza fine per le generazioni future" con queste parole, in un documento ufficiale sulla politica energetica, il Governo scozzese motiva la sua scelta di chiudere con il nucleare una volta finito il ciclo di vita delle due centrali esistenti, che saranno entrambe dismesse entro il 2015.
Un vero e proprio veto quello posto dal Governo di Edimburgo, che pare non lasciare spazio a discussioni. D'altra parte, in seguito alla devolution del 1997, la pianificazione rientra tra le competenze cedute da Londra alle istituzioni scozzesi, che ora stanno usando questo potere per fare una scelta precisa sul proprio futuro energetico: no a nuovi impianti nucleari, meglio puntare sulle energie rinnovabili. Non si sono fatte attendere le reazioni del governo britannico che tramite il Ministro dell'energia inglese, Mike O'Brien, ha affermato che una scelta del genere metterebbe a repentaglio l'indipendenza energetica della Scozia, affermazione alla quale è corrisposta la dura replica del Primo ministro scozzese, Alex Salmond: "la Scozia può ottenere 60 GW solo dalle rinnovabili dieci volte il picco della domanda. Più che colmare il vuoto il problema sarà creare un'infrastruttura capace di esportare il surplus elettrico.
"Ad oggi il nucleare copre il 26 per cento della produzione elettrica scozzese e le rinnovabili si attestano al 16 del fabbisogno nazionale, ma il governo scozzese si è prefissato di arrivare al 20 percento entro il 2020, credendoci molto, tant'è che da tempo ha avviato studi concreti tali da dare fiducia alle rinnovabili vista la caratteristica geografica della scozia, paese può contare soprattutto su eolico, sia di terra che di mare, e idroelettrico (che al momento assieme forniscono oltre l'80% dell'elettricità pulita), ma anche su geotermia, biomasse e altre tecnologie. Una grande speranza poi è posta nello sfruttamento dell'energia proveniente dalle maree, tecnologia per la quale la Scozia dal punto di vista geografico ha uno dei potenziali più grandi al mondo, ma che è ancora in uno stadio iniziale e che, secondo il Parlamento Scozzese, potrà contribuire significativamente solo dopo il 2020.
Nonostante la rinuncia al nucleare però il governo non rinuncia ancora al carbone, che detiene il 30 percento della produzione elettrica, tant'è che tra le proposte in atto, è presente l'apertura di una nuova centrale a carbone di fianco a quella nucleare che verrà dimessa. Una centrale moderna, progettata per poter funzionare anche a biomassa, ma sempre inquinante come tutte quelle a carbone, tant'è che nonostante il plauso sul nucleare, molti gruppi ambientalisti locali stanno protestando.
Fonti: The Guardian, Chez Fab, Corriere della sera
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