Legno illegale - Anche in Europa non si bada a spese

Ogni due secondi viene distrutta un'area di foresta grande quanto un campo di calcio, per sostenere l'industria del legno, della carta e l'agricoltura. Nonostante l’impegno di associazioni come WWF e Greenpeace, circa il 20% del legname importato nell’UE nel 2006 proveniva da taglio illegale, è quanto emerge da uno studio del WWF, che chiede all’UE di intervenire.

Sembra una coincidenza, ma un rapporto di Greenpeace sulla deforestazione dello stesso anno cui l’analisi del WWF si ferma, evidenziava come solo il 10% delle terre emerse erano ancora ricoperte da foreste intatte e come su 148 paesi che possedevano foreste ben 82 le avevano perse interamente, riducendo a solo l'8% l’area delle foreste protette. Un dato allarmante se si pensa che i polmoni verdi del pianeta, sono vitali alla nostra sopravvivenza e che poneva all’attenzione, come oggi il WWF, la necessità di una legislazione che dichiarasse illecita l'importazione e la vendita di prodotti forestali ottenuti illegalmente, per invertire un trend pericoloso.
Si potrebbe obiettare che non sappiamo se qualcosa sia cambiato da allora, ma è legittimo dubitarne, non essendo state emanate norme in tal senso e non avendo al momento dati molto differenti in merito. Il taglio illegale è la principale causa di deforestazione e dei cambiamenti climatici (produce il 25% delle emissioni di gas serra). Inoltre con i lauti guadagni derivanti, spesso perpetuati grazie a corruzione, violenza e riciclaggio di denaro, vengono finanziate guerre o acquisti d’armi e si sostengono regimi dittatoriali. In molte zone del pianeta dove sono presenti foreste, queste rappresentano una risorsa e la materia prima principale. Foreste che risultando per la maggior parte tra le frontiere di paesi in via di sviluppo o del terzo mondo, diventano appetibili agli interessi economici di grandi gruppi e amministrazioni di elite locali e non solo. Ad esempio, la dittatura militare del Myanmar si è auto-finanziata usando i profitti ricavati dal saccheggio delle foreste nazionali ed esportando teak. Inoltre il taglio illegale abbassa i costi del legname, con gravi perdite economiche per governi, industrie e comunità locali, dove povertà e particolarismi non permettono sistemi di controllo e gestione forestale nazionali.
Quello che emerge dall’indagine è come queste pratiche, non siano così ben controllate anche al di fuori dei paesi in via sviluppo, nonostante la moratoria sul commercio della soia proveniente da aree recentemente deforestate in Amazzonia del 2006, estesa nel giugno 2008, sino al 2009. Infatti dalla lettura dei dati appare chiaro come l’attuale schema di licenze adottato dal piano d’azione europeo avviato dal 2003, il cosiddetto FLEGT, istituito per bloccare queste pratiche, non sia completamente riuscito. Questo perché solo nel 2006, l’Unione Europea ha importato tra 26,5 e 31 milioni di metri cubi di legname e prodotti derivati del legno di origine illegale. Di questi il 23% della cifra totale di prodotti proveniente dall’Europa dell’Est è sospettato d’illegalità e le percentuali aumentano al 40% per i prodotti importati dal Sudest asiatico, al 30% per quelli dal Sud America ed al 36-56% per quelli di origine africana. Tra i commercianti spicca la Russia con 10,4 milioni di metri cubi indiziati d’illegalità, mentre i maggiori importatori risultano essere la Finlandia, la Gran Bretagna, la Germania e l’Italia. Il 14% del prodotto fuorilegge esportato dalla Bolivia, sotto forma di tavole di legno, parquet, e prodotti per arredo, il 36% dal Congo, arriva in Italia, solo per citare alcuni dati, ma ultimamente sono i paesi dell’Est a trionfare, come la Bosnia (42%) e l’Ucraina (11%). Una situazione vicina al disastro, cui per porre rimedio il WWF chiede all’UE di promuovere una legislazione energica e puntuale, che renda impossibile l’introduzione del legname di origine illegale entro i propri confini. Sperando che si verifichi un’accelerata sull’argomento nel settembre prossimo, quando la Commissione Europea discuterà una proposta in merito.

Fonte: WWF
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