Lester Brown: le pessime alternative al suo Piano B

Al seminario “"Strategie per un pianeta sostenibile: la sfida della green economy", tenutosi il 14 maggio alla  Fondazione per la scuola della Compagnia di San Paolo, Lester Brown ha presentato il suo nuovo piano B, il 4.0, spiegando le svolte  che ne ha anticipato la pubblicazione e sottolineando quali sono le emergenze da prendere in considerazione subito.

Le parole con cui il professor Bistagnino descrive Lester Brown sono estremamente adeguate: infatti la precisione con cui il fondatore del World Watch Institute fornisce i dati è disarmante, fa paura, ma il suo discorso non lascia agli uditori un senso di impotenza, anzi. Lester Brown ha un piano vero, fatto di numeri, di budget, di scadenze da rispettare. La questione che tutti i leader politici devono cogliere è che non si tratta di buona comunicazione politica ma di scienza: e secondo la scienza le emissioni vanno ridotte del 20 % entro il 2020 e non il 2050.
Gli obiettivi da raggiungere sono la stabilizzazione della popolazione, lo sradicamento della povertà e la stabilizzazione del sistema climatico.
Per raggiungerli serve un vero e proprio cambio di rotta nel modo di concepire l’economia; gli aspetti chiave, estremamente collegati fra loro sono la riduzione delle emissioni e la trasparenza del mercato , ovvero la  creazione di un mercato onesto per quanto riguarda i costi ecologici delle sue azioni: che riduca le imposte sul lavoro e alzi quelle sulle emissioni, in modo che i costi ambientali rientrino pienamente nei prezzi di mercato.
Le emissioni vanno ridotte aumentando l’efficienza e le fonti di energia rinnovabile, e davvero basterebbe la volontà di farlo, da parte delle più alte cariche rappresentative fino al livello associazionistico: Lester Brown cita Pearl Harbor. La storia insegna che in un’economia di guerra dirottare da un giorno all’altro la produzione di automobili su quella bellica sia possibile, basta percepire la reale necessità di cambiamento.

Qualcosa si muove...
Negli Stati Uniti qualcosa si muove in questa direzione: il Texas, principale produttore di petrolio degli Stati Uniti è ora il primo a produrre energia eolica, e presto ne sarà anche esportatore. La Cina ha raddoppiato il sistema eolico ogni anno negli ultimi cinque anni, e speriamo tutti fortemente che il recente disastro ambientale spinga ulteriormente in questa direzione.
Lester Brown pone l’accento anche sull’importanza delle campagne di base: negli Stati Uniti migliaia di giovani riuniti in associazioni ambientaliste sono riusciti a provocare la chiusura di 30 centrali (sulle 600 americane) senza l’intervento del governo, ma vincendo le proprie cause in tribunale e dimostrando che le aziende alle spalle delle centrali a carbone non avevano valutato l’equazione costi/benefici per l’ambiente prima di scegliere il tipo di fonte energetica.

...ma non sempre nella giusta direzione.
Quando si parla di fonti di energia rinnovabili spesso si pensa ai biocarburanti, ma neanche questi rappresentano di fatto un buon rimedio a livello globale.
In paesi con una grande eccedenza di produzione agricola possono essere sostenibili, ma altrove i rischi sono alti. Si rischia di vincolare il prezzo del petrolio al prezzo dei cereali: aumentando il prezzo del petrolio il mercato trasferirà i cereali dall’industria alimentare  a quella energetica, salirà anche il loro prezzo e ci troveremo con ancora più persone affamate.  Inoltre è dimostrato che l’espansione di coltivazioni destinate alle coltivazioni da agrocarburanti è accompagnata da più fattori di rischio: deforestazione, insicurezza alimentare, conflitti agrari e abusi legati alla negazione del diritto alla terra e corruzione.
Siamo storicamente abituati a pensare la sicurezza in termini militari, ma la vera emergenza non è questa, è la sicurezza alimentare quella che verrà  a mancare se non si trova un’altra strada velocemente.
Il surriscaldamento del pianeta va fermato perchè non minaccia solo la scomparsa di interi arcipelaghi, ma la stessa sicurezza alimentare: lo scioglimento dei ghiacciai dell’ Himalaya, che garantiscono la sopravvivenza dei bacini fluviali dei fiumi Indio, Gange e Mekong, rischia di impedire l’irrigazione dei campi in paesi che come Cina e India sono primi nella produzione mondiale di riso, e insieme agli Usa nella produzione di grano. Quali effetti ci si aspetta che avrà tutto questo fenomeno sui prezzi alimentari?
Le soluzioni che si stanno trovando in alternativa alcuni paesi ricchi non sono affatto sostenibili. Una di queste riguarda la nuova corsa all’oro, che nel ventunesimo secolo vuol dire corsa alla terra.
Investire in Africa è visto oggi come una nuova assicurazione sul cibo da molti governi:le carenze di cibo e le rivolte, le  risorse idriche che si stanno esaurendo, i cambiamenti climatici e la forte crescita della popolazione tutti insieme hanno reso la terra sempre più attraente. L’Africa ha più terra, e comparata ad altri paesi è molto economica.
A guidare la corsa ci sono imprenditori agricoli internazionali, banche e fondi di investimento: insieme stanno battendo le terre di mezza Africa: Sudan, Kenya, Nigeria, Tanzania, Malati, Etiopia, Congo, Zambia, Uganda, Madagascar, Zimbabwe, Mali, Sierra Leone  e Ghana.
L’Arabia Saudita, in testa ad altri paese del Medio Oriente, è la più grande acquisitrice di terre africane. Nel 2008 il governo saudita, annunciò che avrebbe ridotto la produzione interna di cereali del 12% ogni anno per conservare la propria acqua riservando circa 5 miliardi di dollari per garantire prestiti a tassi preferenziali a compagnie saudite che volessero investire in paesi con grandi potenziali agricoli.
Tra chi condanna questo nuovo tipo di colonialismo intensivo c’è anche l’ecologista indiana Vandana Shiva:  non solo si tratta di espropriazioni di massa ma oltretutto significa largo uso di prodotti chimici, pesticidi, diserbanti, fertilizzanti, uso intensivo di acqua, trasporti e distribuzione su larga scala che tutti insieme trasformeranno i paesaggi in enormi piantagioni mono-culturali, si tradurranno in  meno cibo disponibile e meno cibo quindi per la popolazione locale. Più conflitti e instabilità politica e sradicamento culturale.
Il tempo per cambiare è poco, figurarsi a sprecarlo con scelte ancora sbagliate. Le decisioni e i nuovi modelli economici instaurati oggi avranno ripercussioni sulla forma dell’agricoltura, la sicurezza alimentare e l’accesso alla terra in Africa e nel mondo per diverse generazioni a venire. Le scelte di oggi devono essere basate su modi di pensare aperti e lungimiranti e su un  dibattito pubblico trasparente piuttosto che su negoziazioni a porte chiuse.

Fonti: Lester Brown, Seminario del 14/5; The Guardian, Internazionale, Fao, ActionAid, Limes.

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