Piante e frutti perduti, ritrovati, fantasticati.

L’albero più vecchio d’Italia è un olivastro, ovvero un olivo selvatico, con più di mille anni di vita.  È una pianta selvaggia, cresciuta spontanea, così come tante altre sono i vegetali non innestati presenti sul nostro territorio.   Varietà di frutti ed ortaggi che affondano le loro radici nella storia, dei quali si sono perduti nella nostra memoria il colore ed il sapore.

La carota ha preso il suo bellissimo colore grazie ad una modificazione genetica introdotta da un agronomo olandese medievale, che la dedicò, proprio per la caratteristica colorazione, alla dinastia regnante in quel tempo, gli “d’Orange”. Le carote originarie, bianche o violette, si possono tuttavia portare sulle nostre tavole, a patto di andarle a cercare da qualche contadino che ne abbia ancora conservato il seme. Quando in Piemonte c’era la fame, gli agronomi di Cavour introdussero il mais cinquantino per poter produrre due raccolti durante la medesima stagione. A primavera nei nostri boschi crescono gustosissimi asparagi selvatici e altri ortaggi spontanei molto gustosi.    Per non parlare poi di frutti selvatici o cresciuti su alberi non innestati.  Varietà di mele o pere oggi praticamente introvabili sulle bancarelle dei nostri mercati sopravvivono ancora oggi grazie a qualche tradizione locale.
Ecco allora spuntare durante le manifestazioni a tema i famosi porri di quel posto, piuttosto che le verze dolci di quell’altro o le patate nere di tal località. L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma forse varrebbe la pena di provare certe sensazioni, ritrovare sapori ormai dimenticati dedicando parte del nostro tempo libero alla riscoperta delle vecchie tradizioni. Recentemente  si sta diffondendo la moda di andare alla ricerca di questi prodotti della nostra buona terra, sempre capace di stupirci per la sua capacità di rinnovarsi e di offrire il meglio di sé a noi umani, che spesso non perdiamo occasione per offenderla e ferirla.

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