Barack Obama è il nuovo Presidente degli Stati Uniti. Nella sua corsa alla Casa Bianca ha investito molto sul concetto del cambiamento, della trasformazione, anche in termini ambientali ed energetici. Ora le aspettative sono molte, tenendo presente che gli Usa da sempre dettano la tendenza nelle materie politiche dei maggiori governi occidentali.
E’ prematuro fare qualsiasi valutazione di sorta, ma come per il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America, anche per i cittadini globali è lecito sperare, sentimento su cui Obama ha spinto molto in campagna elettorale. La novità epocale non è rappresentata solo dal colore della pelle del neo presidente, ma da un modo completamente diverso d’intendere gli Usa rispetto al suo avversario e rispetto alla tradizione. Sono molte le promesse fatte in campagna elettorale e se queste si tramuteranno in azioni di governo, assisteremo ad un vero cambiamento epocale. Forse quello che serve davvero nel sistema-mondo che stiamo vivendo, dove le crisi, economica, politica, ambientale, alimentare ed energetica, stanno sgretolando le certezze del ventunesimo secolo, quelle del neoliberismo e della globalizzazione.
Anche nel primo discorso pronunciato, Obama non ha mancato di ribadire i problemi che avrà davanti e le possibili soluzioni per risolverli, mettendo l’accento su un nuovo businnes verde: "Anche se stanotte festeggiamo, sappiamo che le sfide che ci porterà il domani sono le più grandi della nostra vita: due guerre, un pianeta in pericolo, la peggiore crisi finanziaria del secolo", ha avvisato Obama, aggiungendo però che "ci sono nuove energie da imbrigliare e nuovi lavori da creare".
Il neo presidente propone uno schema di azione non dissimile a quello conosciuti come 20-20-20 varato dall’Europa e messo di recente in discussione dal governo italiano, con due differenze sostanziali però: la prima rappresentata dalle cifre, infatti è tarato sulla cifra 10, mettendo fine entro 10 anni alla dipendenza dal petrolio, 10% di rinnovabili entro 4 anni, ridurre in 10 anni del 15% i consumi di elettricità; mentre la seconda presuppone il pagamento delle quote delle emissioni da parte delle industrie e la destinazione dei proventi (15 miliardi di dollari all'anno) per lo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell'efficienza energetica. Penalizzando evidentemente la produzione di energia da carbone.
La speranza verde ha come cardini la lotta all’effetto serra, e l’indipendenza dalle importazioni petrolifere, obiettivi quantificati in 150 miliardi di dollari in dieci anni per sviluppare energie pulite, e creare 5 milioni di posti di lavoro.
Obama ha altresì giudicato “improbabile” la rinuncia all’energia nucleare, ma ha posto dei paletti su questioni chiave legate alle scorie e alla sicurezza.
Se agli Usa è riservata, volenti o nolenti, la leadership mondiale, la lentezza europea nella sua piccola “rivoluzione verde” abbisognerà di qualche correttivo, così come le recenti proposte dell’Italia in merito agli obbiettivi, modificando proprio alla base ciò che motivava il governo a chiedere il rinvio dell’applicazione europea. Se era l’ambiente uno dei problemi che limitava la risoluzione della crisi economica, Obama rigira completamente il senso, individuando nello sviluppo delle energie verdi una delle soluzioni possibili per uscire dalla crisi.
Certo è che per ora parliamo di promesse e di speranze, la realtà dei fatti sarà ancora tutta da vedere.




