Un "Pò" più debole di prima

Il più grande fiume italiano è in "pericolo". Negli ultimi trent'anni la portata del Po è diminuita del 20-25% e la situazione è destinata a peggiorare.
Il monito viene lanciato dalla Conferenza nazionale sugli effetti dei cambiamenti climatici sul grande fiume italiano, organizzato per conto del Ministero dell'Ambiente dall'Apat e dall'Arpa Emilia Romagna a Parma.

Il momento di "magra" del Po è causato dai cambiamenti climatici, con conseguente siccità, e dai prelievi per l'urbanizzazione e per le attività produttive, con in testa gli agricoltori sempre più esigenti. Sono a rischio infatti: riso, mais e kiwi, ma anche la filiera dei formaggi e della carne, essendo il granturco primo alimento dei bovini. Oltre a tutto ciò, il grande fiume deve fare i conti con il Mar Adriatico che intrufolandosi dalla foce, costringe l'acqua dolce ad un dietrofront verso la sorgente. Il caldo record e le piogge scarse rendono la situazione sempre più complicata, le previsioni dicono che nei periodi più critici il Po potrebbe "fermarsi" a 100 chilometri dalla foce, nei pressi di Ferrara. Un mutamento epocale per uno dei bacini più importanti in Europa e nel mondo, al centro di un territorio molto vasto; cui fanno riferimento oltre 20 milioni di abitanti nell'area più intensamente produttiva d'Italia.
Per tutelare questo bene, che a causa dei cambiamenti climatici acquisisce di anno in anno sempre più valore, servirebbe un piano antispreco, la modernizzazione della rete idrica italiana, oltre a provvedimenti che promuovano un uso più efficacie di questa ricchezza e il suo riuso nei processi industriali e di depurazione.


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