C'è un settore in Italia che non conosce crisi: la vendita di armamenti, cresciuta – secondo i dati del governo italiano – del 9,4% rispetto all'export del 2006. Un aumento importante, che nasconde un piccolo giallo. Dal documento ufficiale sono spariti sia il valore monetario delle singole operazioni, sia la controparte estera coinvolta nelle transazioni finanziarie.
Dopo il balzo fatto registrare nel 2006 (+61%), l'industria della guerra non accenna a fermarsi. Con un fatturato di 2.369 milioni di euro complessivi (senza contare il valore delle commesse con più partner, come ad esempio il progetto Eurofighter) l'export bellico non rallenta, anche perché fra guerre dimenticate e ruolo dei paesi emergenti i conflitti non smettono di arricchire l'Occidente e i signori della guerra.
Nelle esportazioni 2007 spiccano «l'importante commessa verso il Pakistan per sistemi di difesa antiaerea di punto e le commesse per pattugliatori e artiglieria navale per la Turchia». La maggior parte delle autorizzazioni riguarda pezzi di ricambio, componenti e sottosistemi (più del 96% del totale), ma le 8 commesse superiori ai 50 milioni di euro approvate (l'1,4% dell'intero insieme) coprono da sole circa il 30% del valore complessivo delle esportazioni. Fra le imprese specializzate in queste “particolari” forniture, il ruolo di leader spetta alla MBDA Italia (società del gruppo Finmeccanica all'avanguardia nelle produzioni di missili), con quasi 443 milioni di euro fatturati al Pakistan per l'acquisto di batterie antiaeree Spada. A seguire la Intermarine (azienda del gruppo Immsi, riconducibile a Roberto Colaninno), che sfiora i 245 milioni di euro; Fincantieri (191,6 mln. di euro), AgustaWestland (elicotteri da combattimento, 190 milioni), OtoMelara (artiglieria, 167,75).
Alle ditte produttrici si affiancano, in una sezione a parte, i gruppi bancari che finanziano l'export di armi. Cifre alla mano, nel 2007 l'importo finale dei finanziamenti erogati per la sola esportazione di materiale bellico è risultata pari a 1224,8 milioni di euro. Tra gli istituti troviamo al primo posto Unicredit banca d'impresa, con una fetta di quasi il 15% del totale. Deutsche Bank non è lontana, con 173,92 mln di crediti concessi, mentre sul gradino più basso del podio si accomoda Intesa Sanpaolo (144,65).
Fin qui, a parte il cinismo del mercato, nulla di strano. Ma la denuncia dei promotori della campagna “Banche Armate” (Nigrizia, Mosaico di Pace e Missione Oggi) getta un'ombra inquietante sulla Relazione 2008. L'elenco delle singole operazioni autorizzate alle banche non è incluso nelle pagine del documento redatto da Palazzo Chigi. «È una questione di trasparenza, di correttezza e di conoscenza» scrive Nigriza nel suo editoriale. Grazie all'elenco negli anni passati è stato possibile ricavare informazioni importanti, come la vendita, nel 2006, di 8 elicotteri Agusta agli Emirati Arabi Uniti, con il decisivo appoggio finanziario (66 milioni di euro) da parte di UBI Banca. Notizie di questo tenore hanno permesso ai risparmiatori aderenti a “Banche Armate” di esercitare pressioni sui propri istituti di credito, spingendoli verso scelte aziendali più responsabili – Ubi Banca, per restare in tema, ha emanato direttive molto più rigide per il sostegno a iniziative del settore bellico. Finanziare pozzi nel Sahel e armare i signori della guerra nella stessa regione è indice di politiche bancarie poco attente alle esigenze di molti correntisti, sempre più attenti al codice etico di una banca e al suo bilancio sociale. Per questo la mancata pubblicazione di ogni movimento solleva sospetti e alimenta interrogativi: è forse un modo per tacitare i dissensi?
www.banchearmate.it
La relazione 2008: http://www.governo.it




