La strategia dei topi sul ghiaccio

Sulla copertina del National Geographic del mese di marzo, campeggia l’immagine di una vecchia casa del Connecticut, scattata con la tecnica della termografia. E’ l’incipit ad un interessante articolo di P. Miller su come tagliare le emissioni di CO2 in casa propria e per ragionare su stili di vita e strategie politiche a basso impatto ambientale.

L’idea di una “dieta ipocarbonica”, non deve essere tutta farina del suo sacco, o innovativa, o mai sperimentata. Eppure l’articolo del redattore della prestigiosa rivista scientifica, corredato dalle foto  di T. Turner, ha il pregio di non limitarsi a consigli da depliant (sia chiaro utilissimi), bensì di addentrarsi a tutto tondo nell’analisi della situazione e nelle possibili pratiche di risposta ai cambiamenti climatici.
Così paragrafo dopo paragrafo, con un occhio di riguardo alla situazione statunitense, si scopre che i piccoli gesti quotidiani in casa non sono così minuti come potrebbero apparire, soprattutto se accompagnati da altrettanti sforzi nelle fabbriche, negli uffici, negli spostamenti e nei centri commerciali.  La strategia dei topi sul ghiaccio.  Secondo D. Gershon autore di “Dieta al carbonio, come perdere 5.000 libbre in trenta giorni”, “Quando la gente ottiene buoni risultati è invogliata ad andare oltre e inizia a fare pressioni per trasporti pubblici più efficienti e così via”. Metaforicamente, se il peso di un topo non è sufficiente, quello di tanti è in grado di rompere una lastra di ghiaccio. Il reportage pone l’accento su cosa possono fare i singoli individui, concentrandosi su una domanda fondamentale, fino a che punto gli sforzi personali possono realmente influire sulla riduzione delle emissioni di CO2, e le azioni intraprese hanno valore o rappresentano solo un premio al nostro ego? Negli USA la percentuale più alta di anidride carbonica è prodotta dagli edifici, il 38%, così seguendo i consigli di T. Flannery (I signori del clima. Come l’uomo sta alterando gli equilibri del pianeta), Miller sperimenta pratiche di risparmio energetico in casa, puntando ad una riduzione dell’80% della produzione di CO2. Tra letture di contatori dell’energia elettrica, dei conta chilometri delle autovetture, sostituzioni di faretti con lampade fluorescenti compatte, spegnimenti di elettrodomestici in stand by (l’8% della bolletta di una casa in USA), riduzione della temperatura dello scaldabagno e isolamento delle fonti di dispersione di calore, i risultati attesi tardano ad arrivare. Cosa fare quindi? Usare il buon senso e stabilire delle priorità, e qui sta il punto. Negli ultimi 30 anni le abitazioni americane sono in media diventate più grandi del 45%, con relativo aumento delle emissioni. Per i ricercatori dell’Oak Ridge National Laboratory con interventi di adeguamento energetico e una progettazione efficiente si possono ridurre le emissioni di CO2 degli edifici statunitensi di 200 milioni di t. l’anno. Ma tutto questo costa, per cui senza regolamenti edilizi, certificazioni e incentivi finanziari, solo chi può permetterselo, come emerge da un sondaggio (il 24%), è in grado di investire in efficienza  energetica. Diventa così fondamentale intervenire a livello politico ed amministrativo con strategie di sostegno. Lo stesso vale per le altre due fonti principali di emissioni, i trasporti con il 34%  e l’industria con il 28%. Nel primo caso i gas serra secondo l’Epa (l’Agenzia di protezione ambientale) sono destinati ad aumentare dell’80% nei prossimi 50 anni, causa l’aumento dei numeri di km percorsi con le auto (un sempre maggior numero di quartieri residenziali è edificato lontano dai centri), mentre nel secondo la priorità è riservata alla competitività. Amory Lovins dell'istituto Rocky Mountain sottolinea come “Non conosco nessuno che non ci abbia guadagnato con l’efficienza energetica. I vantaggi sono a portata di mano, basta raccoglierli”. Sono le tecnologie in questo caso che potrebbero aiutare, il Congresso ha appena chiesto alle industrie automobilistiche di incrementare gli standard di risparmio del carburante del 40% entro il 2020. La società di consulenza McKinsey e Company, stima invece che l’utilizzo di tecnologie già esistenti, permetterebbe di tagliare 1,3 miliardi di tonnellate di CO2, i cui costi di adeguamento sarebbero ammortizzati dal risparmio sulle bollette di energia e costi del carburante, realizzando le previsioni dell’Oak Ridge.
In sostanza se si volesse si sa già come fare, l’efficienza energetica dei singoli ci permette di rallentare il processo, ma per raggiungere risultati sostenibili è necessario passare alle energie rinnovabili, fermare il processo di deforestazione, sviluppare nuove tecnologie per la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica e la mobilità sostenibile. Un movimento che inizia da casa nostra.

Fonte: Si comincia da casa, “National Geographic, 03/09”, P. Miller foto di T. Turner, pg. 14 – 33

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