Nel 2008 ricorre il 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e della Costituzione Italiana, ma anche il centenario della nascita di Aurelio Peccei ed il quarantennale della fondazione del Club di Roma. Precursore dello sviluppo sostenibile, teorizzato con largo anticipo rispetto ad Al Gore, il suo pensiero è stato a lungo osteggiato da un imbarazzante silenzio per temi così attuali.
Aurelio Peccei è una figura poco conosciuta, il cui pensiero risulta ancor più nascosto alla maggior parte degli italiani. Un pensiero proiettato al futuro del pianeta e dell’uomo ed ai rischi che corrono, molto prima che i rappresentati delle maggiori potenze mondiali, incominciassero o incomincino realmente a occuparsi di povertà, sfruttamento delle risorse e inquinamento. “Per i problemi e le situazioni locali e nazionali esistono sindaci, ministri, deputati, senatori – anche generali – e tutta una schiera di altre autorità, e ogni sorta di istituzioni e di organismi che si suppone se ne prendano cura. Invece nessuno è, o sembra sentirsi, realmente responsabile per lo stato del mondo, e quindi nessuno è disposto a fare per esso qualcosa più degli altri, anzi ognuno cerca di battere gli altri nel trarne il massimo vantaggio.” (cit. tratta dall’autobiografia). Di estrazione borghese è ricordato come uno dei maggiori manager ed economisti del primo Novecento. Tra i fondatori dell’Alitalia, fu amministratore delegato della Olivetti nel 1964, che riuscì a risollevare da un periodo di crisi. La conoscenza di molte lingue straniere gli permise di entrare in Fiat, nonostante fosse anti-fascista, durante la II guerra mondiale venne arrestato e torturato, in quanto membro di "Giustizia e Libertà".
Nel 1949 si trasferì in America Latina per conto della Fiat, dove aprì una filiale argentina, la Fiat - Concord, che si occupava di produrre automobili e trattori. La sede, presto, divenne una delle prime linee di produzione di successo in America Latina. Fin qui il manager, ma proprio l’esperienza latino-americana rappresenta una svolta nella vita di Aurelio Peccei. Da sempre animato da un forte senso etico, è una delle prime personalità ad accorgersi dei mutamenti e delle novità socio – economiche del Novecento e cosa questo volesse dire. Nei primi decenni del XX secolo, non esistono più frontiere, ogni angolo del globo è stato colonizzato e si è in una fase di transizione, di passaggio, da un’economia del carbone ad una dominata dal petrolio. Un sistema produttivo che sta rapidamente portando verso il “boom economico” i paesi occidentali. Uno sviluppo che inizia a portare alla ribalta temi come l’inquinamento e la crisi alimentare: l’industria della motorizzazione utilizza il petrolio, che non è biodegradabile, a differenza del carbone e genera scorie, l’esplosione demografica genera nuova povertà e sfruttamento delle risorse. Proprio in Argentina iniziano a prendere corpo in Peccei nuovi pensieri e nuove domande “Come si possono garantire i diritti all’uomo senza distruggere il pianeta. Si può crescere all’infinito?” In controtendenza rispetto all’idea di uno sviluppo senza fine ed in nome di un dovere eticamente sentito di essere utile all’umanità, nel 1968 fonda il club di Roma (così chiamato dal luogo in cui si tenne la prima riunione), che riuniva illustri premi Nobel, leader politici e intellettuali, con l’obiettivo di individuare i principali problemi che l'umanità si sarebbe trovata ad affrontare nel futuro prossimo, analizzandoli e ricercando soluzioni alternative. Così nel 1972 vede la luce “Rapporto sui limiti dello sviluppo”, un’indagine commissionata al MIT sulle conseguenze della continua crescita della popolazione sull'ecosistema terrestre e sulla stessa specie umana, anche se in realtà il titolo esatto, cui la traduzione non da merito, dovrebbe essere “Rapporto sui limiti della crescita”. Basato su modelli matematici, quindi indagine scientifica e non insieme di supposizioni, mostra in modo inequivocabile le conseguenze della crescita incontrollata su un pianeta dalle risorse non infinite. L'umanità è destinata a raggiungere i limiti naturali dello sviluppo rapidamente con risultato un improvviso, incontrollabile declino del livello di popolazione e del sistema industriale. Uscito nel periodo della crisi del petrolio del 73, viene demolito dai detrattori in quanto le previsioni sono considerate errate, ma in realtà non ci sono previsioni specifiche, solo indicazioni su una tendenza in atto e la necessità di prestarvi attenzione.
Dalla morte di Peccei, avvenuta nel 1984, il Club di Roma è andato avanti, sono stati pubblicati aggiornamenti nel 1992 e nel 2004, che continuano l’opera iniziale, aggiornando i calcoli. Uno sviluppo esponenziale, fenomeno inizialmente lento, che in seguito però accelera velocemente, raddoppiando di passaggio in passaggio, non è possibile. La situazione attuale lo dimostra, mutamenti climatici e prezzo del petrolio a 140 dollari al barile, sono solo un sintomo. Questo periodo di scarsità di materie prime ha come fattore scatenante l’affacciarsi sulla scena internazionale di Cina e India, adesso da sfamare sono 3 miliardi e non solo più 1 miliardo di bocche (sfamare il terzo mondo non è mai stato una priorità o una rivendicazione), lo stesso dicasi per la richiesta di energia, acqua calda e confort. Una crisi che quotidianamente rimbalza nelle nostre case tramite giornali o media, ma che non è congiunturale, bensì strutturale, appunto le risorse non sono infinite e non siamo lontani dall’esaurimento di alcune. Se già oggi il mondo non riesce a nutrire tutti, come lo potrà fare tra un secolo ? Il problema non è del pianeta, lui sopravviverà, magari abitato da batteri, continuerà a ruotare ancora intorno al Sole, ma dell’uomo. Come rimedio alla “problematica mondiale”, Peccei proponeva come precondizione alle soluzioni (voleva dare più diagnosi che ricette) la capacità di previsione e programmazione, a largo raggio e a lungo termine, e la “governance globale”. Nulla di così rivoluzionario o millenaristico come fatto passare da diversi interessi economici. Lo diceva in largo anticipo, ma la solita miopia di chi poteva fare ha evitato, che anche se fosse stato giusto essere titubanti, ci si ponesse almeno il dubbio o si verificasse ulteriormente l’ipotesi, in quanto secondo lui si era ancora in tempo. Ora non resta che l’”ultima chiamata” come dice Dennis Meadows, nella presentazione del Rapporto del 2004, sperando che almeno oggi non rimanga muta.
Tratto ed elaborato dalla - Conferenza: “Aurelio Peccei, un secolo fa. I limiti alla crescita, trentasei anni dopo. Dalle intuizioni di un torinese alla crisi globale”. Luca Mercalli, Museo Diffuso della Resistenza, Torino 3 luglio 2008.
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