The North Face, Mammut, Patagonia e Salewa: quando l’outdoor è tossico

Nel settembre 2015 Greenpeace ha presentato il rapporto “Impronte nella neve”, nel quale dimostrava la presenza di composti chimici e per-fluoranti (PFC) in campioni di acqua e neve prelevati in aree montane remote di tre continenti. Come è possibile?
 
Studi compiuti dal team di Greenpeace hanno dimostrato come le sostanze tossiche rinvenute in montagna derivassero dall’abbigliamento tecnico usato dagli escursionisti. E sì perché il PFC trova un massiccio utilizzo nei trattamenti idrorepellenti e antimacchia utilizzati nella produzione di abbigliamento outdoor. I PFC, tuttavia, oltre a non trovarsi in natura sono sostanze molto pericolose per l’ambiente e per gli organismi viventi data la loro persistenza che ne rende difficile la degradazione da parte di processi naturali. Numerose ricerche scientifiche hanno dimostrato che queste sostanze si accumulano nei tessuti degli animali, come il fegato degli orsi polari, nei pesci e persino nel sangue umano. I PFC possono, inoltre, causare seri danni al sistema riproduttivo e ormonale e favorire la crescita di cellule tumorali.
La ricerca di Greenpeace si è focalizzata su 40 capi d’abbigliamento outdoor delle più comuni marche  (11 giacche, 8 pantaloni, 7 paia di scarpe, 8 zaini, 2 tende, 2 sacchi a pelo, 1 corda da arrampicata e un paio di guanti) e in base alle analisi svolte in ben 35 articoli si è trovata traccia, più o meno consistente, di PFC.
È da notare come alcuni mesi fa i principali marchi dell’outdoor abbiano assicurato gli appassionati di tutto il mondo di aver eliminato dalle loro produzioni alcuni PFC a catena lunga noti per la loro pericolosità come il PFOA e il PFOS, ma da dai dati pubblicati è emerso che sono stati sostituiti con PFC volatili o a catena corta i quali però una volta immessi nell’ambiente evaporano trasformandosi in PFC a catena lunga, molto più tossici e persistenti.
Greenpeace fin dal 2011, con la campagna Detox My Fashion, si batte per l’eliminazione di tutte le sostanze tossiche sia dai prodotti tessili sia dalle loro filiere produttive. Ad oggi più di trenta marchi internazionali, tra cui marchi del fast fashion, dell’abbigliamento sportivo e discount, che rappresentano in termini di fatturato il 15% della produzione di abbigliamento globale, si sono impegnati concretamente con i consumatori di tutto il mondo al fine di raggiungere l’ambizioso traguardo di “scarichi-zero” entro il 2020. Di queste aziende circa quindici hanno già eliminato completamente i PFC dai  prodotti e dai processi produttivi e altre sedici li elimineranno entro la fine 2016 o nel corso del 2017.
Purtroppo, ad oggi, nessun marchio specializzato nella produzione di abbigliamento e attrezzature outdoor ha assunto impegni seri e credibili verso la completa eliminazione delle sostanze tossiche.
Produrre capi outdoor senza PFC è possibile, come dimostrano i 5 prodotti su 40 che non li hanno utilizzati, per questo Greenpeace chiede alle aziende leader mondiali del settore, come The North Face, Mammut, Patagonia e Salewa, che dicono di amare la natura e rispettarne i suoi amanti, di diventare Detox Leader, guidando l’intero settore verso una svolta verde rispettosa della natura e della salute.
 
Fonte: www.geenpeace.it

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