Un decreto legifera la birra artigianale

Stessi vantaggi dei coltivatori-produttori di vino, con eguali diritti e doveri, questa è la sintesi del decreto del ministero che permette ai coltivatori in proprio d'orzo di produrre la propria birra con alcuni benefici fiscali. In particolare, è possibile considerare tale occupazione come attività agricola connessa.
Negli ultimi trent’anni i consumi di birra sono cresciuti lentamente ma ininterrottamente. In particolare, le recenti numerose campagne sul bere responsabile stanno notevolmente cambiando il concetto di birreria: sempre meno luogo in cui bere a stomaco vuoto, e sempre più vicino alla realtà del “beer and food”. La bevanda che fino a dieci anni fa si sceglieva al massimo con la pizza, contende oggi al vino il primato di regina dei pasti fuori casa: soprattutto nei grandi ristoranti a caccia di nuove frontiere del bere bene e di qualità, che la propongono in Carta (magari nella sezione che contiene anche le magnum di vino e bollicine, quasi a ribadire che, ormai, è scelta da intenditori), ma anche nelle trattorie moderne, che alla birra dedicano veri e propri menu degustazione, passando per concept store, wine & beer bar, perfino librerie, oltre alle tante enoteche che hanno fatto il “gran tuffo” nella birra, il movimento delle birre artigianali ha raggiunto forme di eccellenza riconosciute in tutto il mondo, che portano oggi il Ministero dell’agricoltura a legiferare diversamente l’attività dei produttori, che a differenza dei colleghi nel campo delle uve erano trattati fiscalmente in maniera diversa.
Oggi il decreto facilita, attraverso sgravi fiscali e norme più elastiche il percorso, dalla coltivazione in proprio dell’orzo alla realizzazione della birra, equiparando di fatto le produzioni, considerando il percorso come «attività agricole connessa».
Tuttavia, come spiega Luca Giaccone, autore di "Guida alle birra d'Italia", di Slow Food, la burocrazia e gli intoppi rimangono sempre presente. Ad esempio gli amanti della birra artigianale spesso preparano la loro bevanda in casa, con delle attrezzature modeste. Per questo, dice Giaccone, "Sono molto diffusi dei semplici kit che costano un centinaio di euro e permettono di prepararsi una trentina di litri di birra, lavorando un'intera giornata. Volendo, si potrebbe anche aggiustarsi con le pentole della cucina, visto che si tratta di bollire, filtrare e decantare". Tuttavia, su tali attrezzature non è possibile per legge scrivere la parola birra, ragion per cui vengono vendute come "Kit per bevanda spumeggiante".
Questo stratagemma linguistico è solo una delle tecniche usate dai produttori di birra artigianale, fin dalle origini.
Come ricorda Giaccone, il fenomeno nasce in USA, con gli home-brewer e prende piede in Italia grazie a pionieri piemontesi e lombari, attivi a metà degli Anni Novanta: Teo Musso, che a Piozzo, zona di dolcetto, inventò la mitica «Baladin», e un «birradotto» che porta la bevanda dal birrificio alla birreria in centro al paese; la Beba a Villar Perosa, Il Birrificio italiano a Lurago Marinone, provincia di Como, e il Birrificio Lambrate nell’omonimo quartiere di Milano. Sono stati i padri fondatori, e adesso il loro modo d’intendere la birra ha influenzato anche le multinazionali del settore, creando intorno a sé una galassia che si declina in tutte le accoppiate possibili con i negozi, i pub o i ristoranti.
 
Fonte: LaStampa, Slowfood, NewsFood,Birra Gusto Naturale

 


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