Bhutan - La felicità non costa niente?

Qual'è l’unità di confronto migliore per gli stati nazionali? Il Prodotto interno lordo? Oppure l'Indice di sviluppo umano? La piccola monarchia del Bhutan (47 mila chilometri quadrati per circa 650 mila abitanti) ha elaborato una risposta davvero peculiare: il grado di “Felicità interna lorda” raggiunto dalla popolazione.

E' destinato a far riflettere sociologi ed economisti l'approccio allo sviluppo elaborato da questo piccolo stato himalayano, stretto tra il Nepal, l'India e il massiccio meridionale del Tibet. Mettere al primo posto la felicità delle persone: un'idea semplice, così semplice da risultare geniale. Ma, senza nulla togliere ai buthanesi, è possibile che non ci abbia mai pensato nessuno?
Fu il terzo re del Bhutan, Jigme Singye Wangchuck, a introdurre negli anni Settanta il “Gross National Happiness” (GNH, in italiano FIL, “Felicità interna lorda”) come indicatore per misurare la qualità della vita dei suoi sudditi. Con un PIL sottosviluppato (nel 2006 il Bhutan era 137esimo...) e con due terzi dei cittadini costretti a vivere sotto la soglia della povertà, il re decise di governare il cambiamento alla luce di una teoria non vincolata ai concetti di consumo e di profitto. Il GNH considera infatti lo sviluppo come un processo per aumentare la felicità piuttosto che il benessere di natura economica. Concetto che ha provocato un deciso rifiuto nella comunità internazionale, ma che non ha impedito alla monarchia bhutanese di guidare il paese verso una progressiva apertura verso gli altri stati, a cui ha fatto seguito il miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini e l'inizio di un processo di democratizzazione. Un'idea solo folklorica?
L'indice di “Felicità interna lorda” trae ispirazione dalla filosofia buddista. Anzitutto riconosce che la persona, oltre a bisogni di tipo materiale, ha necessità di carattere emotivo e spirituale. Gli assi di sviluppo sono dunque improntati al rispetto della vita e comprendono la scelta delle politiche di governance, la crescita equa ed equilibrata, la salvaguardia del patrimonio culturale e quella dell'ambiente.
Certo il Bhutan non è un paese senza macchia. Basta pensare all'espulsione forzata, negli anni '90, di circa 100 mila cittadini induisti di origine nepalese al solo scopo di preservare l'identità nazionale. Ma un recente confronto con il Giappone (promosso dal Centro Studi del Bhutan) rende chiare le linee di tendenza. Il Sol Levante è forte nel Pil e nell'Indice di sviluppo umano? Bene, inesorabilmente però scivola al 97esimo posto nel conteggio della felicità umana. Viceversa il caso bhutanese, quasi a individuare una propensione generale: dove è forte l'economia, debole è la persona. Ma è proprio così? Forse dovremmo chiederlo a qualcuno dei profughi nepalesi. Per ora, comunque, l'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha indetto dal 2003 ad oggi una serie di seminari sull'argomento, l'ultimo all'Università Tor Vergata di Roma nell'aprile 2007. A novembre, inoltre, si terrà la IV Conferenza internazionale sul GNH, presieduta proprio dal Centre for Bhutan Studies. Speriamo in novità importanti: in un'epoca di tensioni mondiali come la nostra, persino la felicità sembra diventata un lusso per pochi.

http://www.bhutanstudies.org.bt/



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