E se dopo l’energia, le zone desertiche producessero un altro bene prezioso per le popolazioni del pianeta? L’acqua. L’ipotesi non è la trama di un romanzo o di un film, ma la nuova frontiera della ricerca in materia di approvigionamento idrico. Dall’America del Sud e dall’Africa arrivano nuove speranze in merito.
Ad accomunare la regione dell’Assab in Eritrea ed i litorali del Cile, separate da continenti ed oceani, non è solo il clima desertico, ma anche oltre dieci anni, per le coste sudamericane e qualcuno di meno per quelle africane, di sperimentazioni innovative nei campi dell’approvigionamento idrico.
Terra difficile e ostinata il lembo nord orientale del Corno d’Africa, teatro della più colossale disfatta che il colonialismo europeo abbia mai subito, le cui popolazioni da sempre abituate a convivere con il caldo torrido affinano quotidianamente la propria arte della sopravvivenza. Trovare l’acqua è da sempre il problema per garantirsi una vita dignitosa, nulla di più che continuare a esistere comunque, lontano dagli agi dell’opulento Occidente. Acqua bene prezioso e comune, generatore di vita, fonte primaria dell’agricoltura ed essenziale per politiche sanitarie di base a cominciare dall’igiene personale. Allora come raggiungerla, come trovarla, come farla arrivare laddove la concentrazione di acqua dolce non è sicuramente tra le più alte del pianeta ? Soprattutto adesso che i cambiamenti climatici privano la zona meridionale del Mar Rosso dell’Eritrea, ogni anno di più, delle precipitazioni piovose necessarie alla buona riuscita di raccolti e di sostentamento del bestiame. Una calamità non indifferente, tanto più che proiezioni del governo eritreo stimano un aumento di 4° della temperatura entro il 2050 e se si pensa che questa è una delle zone più calde della Terra, dove le temperature raggiungono e spesso superano i 40°. Disperato bisogno di acqua, ampliato da fattori economici: l’8% del PIL nel 2008 è stato speso in cibo e carburante (per pompare l’acqua dai pozzi), il prezzo di alcuni cereali è così quadruplicato. Fattori che se visti in prospettiva tracciano uno scenario fatto di siccità ancora più lunghe ed intense di quelle che già devastano periodicamente la regione. Secondo Mogos Weldeyohannes, direttore generale del Dipartimento dell’Ambiente “L’acqua è tutto per noi… Spendiamo più di metà del nostro budget per conservare l’acqua”. Da qui la ricerca di nuove opportunità, come lo sfruttamento delle escursioni termiche tra terraferma e mare nelle zone costiere. Gahtelai, un villaggio nella zona montuosa della Regione Nord del Mar Rosso, sta raccogliendo acqua dalla nebbia. I “raccoglitori di nebbia”sono costituiti da reti piatte rettangolari sostenute da dei pali su entrambi i lati e sistemate perpendicolarmente alla direzione del vento. Come spiega Heruy Asgodom, capo del dipartimento di agricoltura dell’Eritrea. “L’acqua si raccoglie nella rete…[e scende giù] per una grondaia in fondo al pannello”, così ogni giorno vengono raccolti dai 14 ai 20 litri circa d’acqua per metro quadro e alimentano un serbatoio per irrigare gli orti di vegetali.
I raccoglitori di nebbia non sono una novità, l'esempio certamente più rimarchevole in questo campo è stato il progetto, realizzato nel Nord del Cile, frutto di una collaborazione Cileno-Canadese, che ha portato all'installazione della prima rete al mondo di approvvigionamento idrico funzionante con l'acqua ottenuta dalla nebbia. Grazie a questa rete, dal Maggio 1992, il villaggio di pescatori di Chungungo, soddisfa il proprio intero fabbisogno idrico mediante 75 collettori di nebbia, che forniscono all'incirca 11.000 litri di acqua al giorno ad un quarto del costo dell'acqua trasportata con autocisterne.
Fonte: News from Africa, Redattore Sociale (Zachary Ochieng, traduzione di Sara Marilungo), CNR Area di ricerca di Firenze – “Ricerca & Futuro”, n°7, 1997 (di Roberto Semenzato)
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