Fattore 32

E’ il titolo di un articolo del New York Times di J. Diamond tradotto sulla Repubblica da A. Bissanti. Secondo l’autore i paesi ricchi consumano 32 volte di più rispetto a quelli poveri. Un’equazione che può far pensare allo sviluppo di India e Cina quale minaccia per lo sfruttamento delle risorse, ma consumo corrisponde a standard di vita?

La tesi espressa dal vincitore del Premio Pulitzer con “Armi, acciaio e malattie” del 1998, è che se i paesi poveri colmassero il divario con quelli ricchi i consumi globali equivarrebbero ad un mondo abitato da 72 miliardi di persone. Da sempre interessato nelle sue opere ad indagare i fattori geografici, culturali, ambientali e tecnologici che portano alla dominazione della cultura occidentale sul mondo, il professore di geografia dell’Università della California, disegna uno scenario allarmante. Una visione che aiuta a comprendere come le attuali politiche planetarie e di utilizzo delle risorse, che necessitano di un sempre maggiore approvvigionamento energetico e di sfruttamento delle materie prime, siano miopi. Evidenziando in questo modo la necessità di ripensare ad un’economia in chiave ecologica su scala globale. L’odierno sistema di consumo del cosiddetto primo mondo è sintetizzato dal fattore 32, dove l’utilizzo di risorse quali petrolio e metalli (con conseguente produzione di rifiuti di ogni genere e gas serra) è 32 volte superiore rispetto a quanto accade nel Terzo Mondo. Ogni abitante americano, europeo occidentale, giapponese od australiano impiega risorse come l’insieme di 32 cittadini sudamericani, africani, asiatici od oceanici. I paesi in via di sviluppo, le potenze demografiche della Cina e dell’India, con i loro indici di sviluppo a crescita esponenziale, possono acuire il problema dell’aumento dei consumi con gravi conseguenze ambientali e di esaurimento delle scorte energetiche? Il problema non è da porsi in questi termini. In quanto se è vero che Cina e India, con un tasso di consumo 11 volte inferiore al primo mondo, raggiungessero il fattore 32 avremmo, solo con l’apporto della Cina, un aumento dei consumi di petrolio superiore al 106% e del 94% per i metalli, è altrettanto reale che  gli standard di vita non sono strettamente collegati agli indici di consumo. Bisogna considerare che la povertà dei paesi poveri comporta una migrazione verso i paesi sviluppati, incrementando ulteriormente i consumi con un aggravio sulla carenza di materie prime. Sicuramente le risorse non sono sufficienti all’infinito, ma basterebbe cercare di rendere equi in tutto il mondo gli indici di consumo e gli standard di vita. Diminuire i consumi rendendoli consapevoli è possibile, in Europa Occidentale l’uso pro-capite di petrolio è la meta rispetto agli U.S.A. con una qualità della vita (età media, mortalità infantile, salute, assistenza sanitaria, sicurezza finanziaria dopo il pensionamento, scuole, sostegno alle arti) maggiore. Inoltre politiche di sfruttamento sostenibile della pesca e delle foreste potrebbero garantire cibo e fonti energetiche più che sufficienti anche in caso di aumento dei tassi di consumo per i paesi in via di sviluppo. Una ridistribuzione più equa della ricchezza è la strada da seguire per affrontare in maniera più incisiva i problemi legati ai cambiamenti climatici per le emissioni di CO2, alla preservazione delle risorse idriche e ad una migliore efficienza energetica. Nel 2007 piccoli segnali sembrano aprire una breccia, ad esempio in Cina i vari dibattiti sulla politica ambientale, hanno permesso che l’opinione pubblica sia riuscita ad ostacolare la costruzione di un impianto chimico nei pressi della città di Xiamen e con il cambio di governo l’ Australia ha finalmente aderito al protocollo di Kyoto.

Approfondimenti
Uno sguardo sulla Cina
Leggi anche dal Forum di Effetto Terra: "Ma non è soltanto colpa di Cina e India" di Giulietto Chiesa.

Fonte: Repubblica, Wikipedia, Greenreport


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