Il Sahara radioattivo

Ricorda moltissimo “Congo” di Michael Crichton, ma non si tratta di verosimiglianza o finzione letteraria, è realtà. “Left in dust” è un’inchiesta di Greenpeace che chiama in causa la multinazionale francese Areva (detentrice del brevetto del reattore EPR) e svela come uno degli stati più poveri del mondo, il Niger, stia diventando sempre più un “deserto radioattivo”.

E’ sempre l’Africa, con le sue immense risorse naturali, e gli altrettanto smisurati vuoti di potere e povertà endemica ad essere al centro di storie di sfruttamento delle popolazioni e dell’ambiente. Un laboratorio al contrario, a ben vedere, dove poter osservare direttamente sul campo la competizione tecnologica delle aziende moderne, con rari esempi di alterazione e/o distruzione da parte dell’uomo e della società occidentale di interi ecosistemi.
Questa volta l’allarme viene dal Niger e chiama in causa direttamente la filiera dell’atomo. Lo stato sub sahariano, una delle economie più povere fra quelle del terzo mondo, basata su pastorizia e agricoltura, nonostante un territorio prevalentemente desertico ed arido, l’indice di sviluppo umano più basso sul pianeta e gravi problemi di stabilità sociale, dall’analfabetismo alla disoccupazione, possiede un sottosuolo tra i più ricchi della Terra. Almeno per le mire interessate dei colossi industriali impegnati a sfruttare le risorse energetiche di ogni angolo del globo per garantirsi profitti e monopoli energetici. Così ad esempio la metà dell’uranio di Areva, la compagnia francese dell’energia nucleare titolare della tecnologia Epr, quella delle centrali di terza generazione che dovranno essere costruite in Italia, deriva dalle miniere del Niger. Sono due i giacimenti su cui vanta diritti il gruppo a controllo pubblico transalpino, capace di fatturare 14 miliardi di euro nel 2009 e che dichiara una crescita "significativa" del suo portafoglio ordini, che a fine 2009 era pari a 43,3 miliardi. Certo la nuova rivoluzione nucleare prendendo corpo nelle pubbliche relazioni e nelle agende istituzionali tra governi e investitori, attraverso l’opera di persuasione dell’opinione pubblica, presentando oggi l’energia atomica come sicura, pulita e “verde”, non poteva ottenere negli ultimi anni risultati molto diversi. Eppure il Niger, pur essendo il terzo produttore di uranio terrestre, ha un PIL pro capite di 1,25 dollari al giorno, ed il proprio territorio porta ben evidenti tutte le ferite di un’attività mineraria distruttiva e mortale. Un esempio dello scempio, dei rischi e dei pericoli a cui si può andare incontro imboccando il sentiero energetico dell’atomo.
Nel novembre 2009, Greenpeace - in collaborazione con il laboratorio francese indipendente nigerino CRIIRAD e la rete di ONG ROTAB – ha realizzato un breve monitoraggio scientifico del territorio, con la misurazione della radioattività di acqua, aria e terra intorno alle cittadine minerarie nigerine. La concentrazione di uranio e di materiali radioattivi in un campione di suolo raccolto nei pressi della miniera sotterranea di Akokan è risultato circa 100 volte superiore ai livelli normali nella regione, e superiore ai limiti consentiti a livello internazionale. Per le strade di Akokan, i livelli di radioattività sono risultati essere fino a quasi 500 volte superiore al fondo naturale. Diversi pezzi di scarti di metalli radioattivi sono stati trovati nel mercato locale di Arlit, con indice di radioattività pari fino a 50 volte i livelli normali. Materiali usati dalle popolazioni del luogo per costruire le proprie case. A seguito dei primi parziali dati Areva avrebbe dovuto intervenire con opere di bonifica se veramente vuole perseguire strategie aziendali di responsabilità come dichiara ultimamente, ma uno solo dei villaggi è stato ripulito. Naturalmente se decantare lo sviluppo, posti di lavoro, maggiore benessere economico e sociale, generato dall’estrazione mineraria dell’uranio è uno dei punti forti dell’informazione, in questo senso il tacerne gli effetti collaterali è altrettanto in voga tra i rappresentanti di istituzioni e compagnie. Molte persone in Niger, infatti non hanno mai sentito parlare di radioattività e non conoscono le minacce di contaminazione di aria, acqua e terra a cui si va incontro. Così come sono poche forse a conoscerle anche al di fuori dell’Africa, anche se Chernobyl non è poi così lontana nel tempo.

Fonte: Greenpeace, Peace Reporter, ANSA, Nigrizia, Il Sole 24 Ore

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