Trentratrè anni di nucleare dimenticato

In occasione dell’anniversario del disastro di Chernobyl, il cui ricordo sembra svanire pezzettino per pezzettino di anno in anno, un po’ come i detriti del reattore nucleare ucraino, diventa lecito interrogarsi su cosa sia stato del sito in questi trentatré anni e se avvenimenti analoghi possano accadere oggi.

Il 26 aprile di trentatré anni fa, l’esplosione del reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl sconvolse l’Ucraina, l’Europa e il mondo.  Pochi giorni fa è stata annunciata l’uscita di una miniserie, prodotta da HBO e SKY che tratterà interamente degli effetti del disastro. La prima puntata sarà online, il 6 maggio.

Circa un mese fa invece, per la prima volta dopo l’incidente, nella “Zona di reclusione”, sono state avvistate specie animali come ad esempio l’aquila di mare coda bianca, la lontra di fiume e il visone americano. Attirati con delle esche e fotografati, questo dimostra come gli animali stiano lentamente tornando ad abitare quella zona ormai fantasma da più di trent’anni. Dal 1° luglio 2018, infatti, la nuova centrale solare Solar Chernobyl ha iniziato ad immettere nella rete energia elettrica. L’impianto è stato inaugurato con una produzione di circa 1024 MWh l’anno, sufficiente a coprire il consumo di circa 2000 abitazioni.
I pannelli solari si trovano a 100 metri dal reattore numero 4. Questo progetto mira alla riqualificazione dell’area ancora inabitabile, ma che, grazie al sarcofago posizionato sui resti della centrale, che riduce oggi il 90% delle radiazioni locali, rende possibile l’installazione dei pannelli. L’impianto entrerà a pieno regime entro la fine del 2019 con una produzione stimata di 100 MW.

Che la vita torni prima o poi da dove era scomparsa e che sia in grado di sconfiggere disastri ambientali o umani è risaputo, ma ci sono voluti oltre tre decenni, prima di vedere forme di vita “frequentare” l’area di Pripyat e la notizia appunto al momento è quella che sono tornati animali, ma cosa mangiano e quali sono le conseguenze del loro nuovo insediamento nel “Day After” non ci è ancora dato saperlo.

Parlando di disastri nucleari e di paesi completamente devastati da essi non possiamo limitarci a parlare di Chernobyl.

Il più recente disastro di Fukushima, che ha raggiunto il livello 7 nella scala INES (International Nuclear and radiological Event Scale), è al pari dell’incidente ucraino, con il grado più alto mai registrato. In Giappone l’11 marzo 2011, a seguito di uno tsunami e di scosse sismiche, il malfunzionamento del sistema di raffreddamento della centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi, provocò il surriscaldamento dell’acqua e del combustibile. Alcune esplosioni causeranno poi la fusione dei noccioli 1, 2 e 3.
Notizie del mese scorso riportano degli interventi sperimentali sui resti del nucleo fuso del reattore numero 2 dove  con l’aiuto di un robot, è stato possibile lo spostamento di parte del materiale radioattivo presente.

Oggi, inoltre, alcune famiglie, hanno deciso di tornare a vivere nel raggio di 70 km dalla centrale, a seguito della revoca da parte dello Stato della maggior parte degli ordini di evacuazione. Famiglie come aquile di mare e lontre ci verrebbe da dire, soprattutto come loro “libere di tornare”, ma a loro rischio e pericolo probabilmente.
Perché se è vero che con il tempo ci si dimentica di molto, con il trascorrere di giorni, mesi, anni e decenni possono diventare incerte anche le misure che si dovevano, adottare o si sono adottate per mettere in sicurezza i siti, Trino, molto più vicino a noi insegna, o forse semplicemente si dimenticano.

Redazione

Photo by Paulo Silva on Unsplash

Fonti: wired.it, it.blastingnews, rinnovabili.it, lescienze.it
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