EcoAzione! Il Vento fa il suo Giro

Senza contatto, scambio di valori e accoglienza, non può esserci sviluppo e la qualità della vita, sociale e individuale, si staticizza nell’inaridimento. Ma il rinnovamento o, meglio, il ritorno a stati di equilibrio ha bisogno di stati conflittuali tali che solo una dimensione tragica, intesa anche come processo catartico, può ravvivare nell'uomo la coscienza dimenticata affinchè si riaccenda la speranza in ogni sua dimensione.

 

Lo scenario ambientale – la Val Maira, delle Alpi italiane - che fa da sottofondo alla vicenda descritta nel lungometraggio Il Vento fa il suo Giro  ("E l'aura fai son vir" in occitano, una delle lingue in cui si esprimono i personaggi del film) offre fantastiche visioni di pendii boscosi, di altipiani a prato e pascolo e di villaggi custoditi dalle pieghe dei tratti collinosi. Si intuisce subito la storia faticosa vissuta in quegli ambiti e salta subito all’occhio la realtà attuale, che sembra essere il destino di quei luoghi: essi sono popolati da anziani (i giovani fanno differenti scelte di vita); e si rivitalizzano soltanto con l’arrivo della bella stagione, quando i turisti ritornano per le vacanze estive.
A rompere la staticità sociale, ma anche ambientale, dello sfondo narrativo giunge una giovane famiglia francese: il capofamiglia è un ex professore che ha deciso cambiamenti radicali dal punto di vista esistenziale divenendo pastore di capre e produttore di formaggi; la moglie si occupa delle attività che ruotano intorno alle questioni domestiche e ai figli. Si ritrovano in questo versante delle Alpi per via del fatto che una centrale nucleare è stata impiantata nel territorio dove vivevano.
All’inizio vengono accolti con calore e il senso di comunità degli anziani del piccolo centro montano sembra allargarsi e comprendere i nuovi venuti; ma ben presto, man mano che i successi produttivi del giovane francese hanno luogo, vengono a galla invidie e si manifestano inimicizie più che altro basate sul pregiudizio che suscita il confronto con la diversità (p.e. il fatto che siano stranieri o il vagabondaggio incontrollabile delle capre). La situazione si evolve in modo drammatico, cadenzata dagli eventi atmosferici che, nella loro maestosità,  non lasciano spazio a interpretazioni idilliache degli avvenimenti.
Il rapporto con la diversità diventa man mano il tema dominante della storia narrata e la sua paradossale difformità, se nella pratica rilascia a momenti sensazioni di impotenza nei confronti del possibile rinnovamento, offre, d’altra parte, riflessioni sulla necessità delle società di evolversi nella valorizzazione delle diverse identità.
Ma i temi ineludibili proposti dal film offrono allo spettatore una serie di domande alle quali risulta difficile dare risposte immediate. Quali scelte deve fare una comunità, per non scomparire? Quali decisioni deve prendere, per non estinguersi? A cosa deve rinunciare, e a cosa attingere, per la propria sopravvivenza? E così, le riflessioni sull’ecologismo vengono superate nell’istante in cui ci si rende conto che è l’ambiente si, a dettare tempi e modi comportamentali ma che sono le catene ideologiche imposte dalla radicata idea di destino a decidere le sorti di una comunità antica. Quel destino vuole che l’identità si perpetui. Resta, nell’ambivalenza delle risposte necessarie, l’ombra di un gusto appena assaporato durante la visione del film, quello dell’armonia come motore naturale di tutte le cose: in fondo, come dichiara uno dei personaggi del film, le cose sono come il vento e, prima o poi, ritornano.
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