EcoAzione! La Sindrome Cinese

The China Syndrome (1979) narra la storia dello scoop giornalistico di una reporter d’assalto e di un operatore televisivo che si trovano a documentare l’emergenza improvvisa all’interno di un impianto nucleare. Tra i protagonisti spiccano Jane Fonda, da sempre impegnata per la salvaguardia dell’ambiente, Jack Lemmon, eclettica star del mondo hollywoodiano, e Michael Douglas, al suo primo successo cinematografico.
 
Negli anni settanta, periodo nel quale continuano a crescere i valori di progresso sociale sbocciati nel corso del decennio precedente, il cinema non rinuncia al ruolo fondamentale attraverso il quale può raccontare al mondo le scomode verità spesso sottaciute dai mezzi di informazione di massa. Sono soprattutto gli ideatori della cultura fantascientifica ad assumersi l’onere – sovente condito dagli onori che specialmente le produzioni spettacolari riescono a raccogliere – di descrivere le complicate realtà planetarie, facendo appello allo stratagemma narrativo della distopia per descrivere la nostra società attuale, disponendo collocazioni future fittizie per tener deste le coscienze in relazione agli scenari problematici a venire. E proprio negli anni della svolta definitiva, che porterà alla crescita inarrestabile dei movimenti ambientalisti e pacifisti, contemporaneamente all’onda cinematografica europea del dopo Primavera di Praga, non mancano le produzioni ecologiste e di alto impegno socio-politico d’oltreoceano. Tra queste ricordiamo film dalla portata emblematica, quali THX 1138, Soylent Green, Zardoz, Rollerball, Logan’s Run, solo per accennare ad alcuni dei capolavori della celluloide nei quali – e siamo negli anni settanta – già si parla esplicitamente per esempio di effetto serra, o di prossime situazioni apocalittiche ingenerate nel presente dallo sfruttamento scriteriato del Pianeta.
Di un tale filone fortunato fa la sua notevole parte The China Syndrome, opera assolutamente coerente con l’attualità del periodo (casualmente, quasi contemporanea alla crisi dell’impianto nucleare di Three Mile Island) che riporta le vicende umane e professionali che ruotano intorno al tentativo di insabbiamento di un incidente in una centrale atomica californiana.
Il titolo di questo lungometraggio offerto al pubblico nel 1979 si ispira alla teoria ipotetica secondo la quale, in caso di incidente ad una centrale nucleare, la fusione del nocciolo del reattore produrrebbe un processo così inarrestabile da causare la perforazione della crosta terrestre da emisfero a emisfero.
Vari i contenuti espressi nel lavoro del regista James Bridges dei quali, predominante, è certamente il tema del rischio legato alla gestione dell’energia dell’atomo quando la conduzione dei processi produttivi e delle eventuali situazioni d’emergenza deve fare i conti con l’inevitabile errore umano. Importanti a questo proposito ci sembrano gli accenni all’imperante sessismo nel mondo dei media che tende ad escludere a priori l’intervento dell’intelligenza femminile, o della cattiva attitudine improntata al controllo dell’informazione per scopi puramente utilitaristici. Ma la proiezione, punteggiata dalle performance notevoli di Jane Fonda (che mai rinuncia nella sua carriera ad un modo responsabile di far parte dello show business, come in “Tout va bien” di Godard o in “Julia” di Zinnemann o in “Coming Home” di Hashby), di Michael Douglas e di Jack Lemmon, invita principalmente a riflessioni sulla pericolosità, sempre in agguato, dell’utilizzo dell’energia nucleare. Il rischio della contaminazione, neanche troppo nascosto da una narrazione che si concentra sulle espressioni di varia umanità dei diversi interpreti, è sempre presente e obbliga lo spettatore moderno a considerazioni che non possono prescindere da fatti che hanno contraddistinto in negativo la storia recente dello sfruttamento di fonti di energia potenzialmente pericolose. Così, in modo ineluttabile, i pensieri si rivolgono alle occorrenze che hanno segnato il disastro di ?ernobyl o – la ferita è freschissima – alle vicende catastrofiche provocate dallo tsunami in Giappone e in modo particolare alla centrale di Fukushima e, fatalmente nella stessa misura, l'ingenua e facile fiducia negli organismi ai quali affidiamo il controllo e la conduzione dei settori portanti la nostra società viene ad incrinarsi. Se infatti il puro truismo, la verità ovvia ed evidente secondo la quale un sistema nel suo complesso sia apparentemente perfetto, sollecita all'accettazione delle realtà imposte, è altrettanto vero che pensare che tutto in quello stesso sistema funzioni è semplicemente assurdo. E allora deve intervenire l'incertezza, promotrice preventiva e progressiva di ogni forma di controllo, a evitare perlomeno che la supervisione delle misure di sicurezza venga lasciata in custodia a chi fa dell'avidità di denaro il suo credo manifesto. Forse – ma gli eventi lo confermano – la specie umana non è abbastanza matura per l'energia nucleare; ed è per questo che il pensiero naif che sempre fa credere all'onestà universale deve evolversi, fino a diventare una pratica comune dove l'arte del dubbio programmatico può assurgere a strumento di verifica delle competenze responsabili.
Solo in questo modo, probabilmente, ogni bene comune potrà venir salvaguardato.

The China Syndrome, 1979
USA – 2h 2’
Regia: James Bridges
Produzione: IPC Films

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