EcoAzione!: The Age of Stupid, 2009

In una regione artica i cui ghiacci sono ormai sciolti, da un ipotetico 2055, l’Archivista, ultimo grammatico dell’Età Buia degli uomini, sfoglia incredulo tra i file infiniti da lui raccolti e conservati nell’archivio finale del mondo. Lo sguardo immaginario e il giudizio esplicito sulla nostra era, da un futuro che sembra decisamente fissato, sono gli elementi portanti di The Age of Stupid, lungometraggio di Franny Armstrong del 2009.
A metà tra documentario e film di fantascienza, l’opera profetica della cineasta britannica incanta e conduce lo spettatore lungo una trama lineare (e avvolgente) che rende verosimili i paradossi temporali necessari alla sostanza del racconto. L’Archivista, volto narrante del film, dentro la sua torre solitaria, tardiva fortezza della solitudine su uno qualsiasi degli oceani della desolazione planetaria,  si chiede come gli uomini abbiano potuto abbandonarsi alla stupidità distruttiva che ha stravolto le geografie e le società della Terra. Egli, custode di una memoria ormai sterile, cerca risposte alle sue domande intanto che sfoglia i documenti elettronici che contengono i suoni e le immagini dell'abbandono, dell'inerzia colpevole dell'umanità di fronte alla madre di tutti i conflitti. Il mosaico delle storie che l'Archivista fa sbocciare con tocco magico dallo schermo del suo computer e i protagonisti stessi di queste storie, popolate da atti di coraggio negati da prepotenze irragionevoli, evidenziano infatti come sia l'idea di guerra al Pianeta a caratterizzare la progressiva e inarrestabile negazione del futuro sulla Terra. E' una guerra dichiarata dai più ma perduta da tutti: ce lo comunicano le immagini apocalittiche di una Londra che sta affondando, di una Las Vegas coperta dalle rovine delle rovine classiche, di una Sydney che brucia i residui dell'atmosfera respirabile. E il trucco narrativo della distopia, quello messo in atto dalla regista di The Age of Stupid, è l'estremo tentativo di destare le coscienze di fronte all'imminenza della catastrofe perchè, a quanto pare, la paura e l'evidenza immaginata delle conseguenze del male procurato possono risultare più reali di un presente così incredibilmente intangibile.
Dalle aule dell'Archivio, che è anche il palcoscenico dal cui il narratore si rivolge al pubblico, incombe il paradosso secondo il quale il futuro coesiste con il presente e la proiezione mescolata di fatti, di considerazioni e di giudizi, in altre ere e sugli schermi sovrapposti, prefigura i frutti di una semina nefasta ormai evidente. L'abitudine sociale alla cinematografia può aiutare a sostenere una tale situazione ambivalente: si può tornare dal futuro. Forse, hai visto mai, a rappresentazione conclusa, versate le lacrime della catarsi, saremo bravi ad autoassolverci per ritrovarci nella nostra dimensione dove il luogo e il tempo sono accoglienti e sicuri; non vedremo le città rase al suolo dalle bombe, le baraccopoli, gli slum subcontinentali, i territori devastati dall'onda che si identifica reclamando il suo spazio.
Però l'Archivista, imperturbabilmente scettico durante la sua routine di studioso, cambia le carte in tavola quando, in modo inatteso, sciorina i suoi ultimi giochi di prestigio intanto che chiude con destrezza il file appena registrato per avvisare quelli che verranno.
Dopo aver visto The Age of Stupid, come il viaggiatore del tempo di Wells stavamo per tornare dal futuro con un fiore. Quel fiore, ci sembrava in modo irrimediabile già appassito.
Ma l'urgenza intima che ci prende, mentre leggiamo i titoli di coda del film e scopriamo che è stato realizzato limitando al massimo le emissioni di CO2, la certezza che ci assicura che esistono persone come Franny Armstrong e la sua troupe che sanno costruire bellezza in controtendenza rispetto alle abitudini produttive del Pianeta, ci spinge a prendere posizione e a fare quello che dobbiamo, come l'Archivista.
Rinunciare è negare la nostra intelligenza. Non agire è da stupidi.

The Age of Stupid, 2009
UK, 92 mn
Regia: Franny Armstrong
Produzione: Spanner Films

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