Perché è necessario ripensare l'economia per una società giusta

Dal 30 maggio al 2 giugno a Trento si è svolto il Festival dell’economia. Tra i tanti ospiti illustri vi era anche Kaushik Basu, economista indiano, è docente di Economia e di Studi internazionali alla Cornell University il quale è intervenuto al Festival dell'economia nel seminario “economie emergenti e crisi globale”.
 
Kaushik Basu, economista indiano, è docente di Economia e di Studi internazionali alla Cornell University. È Senior Vice President e Chief Economist della World Bank e presidente della Human Development and Capabilities Association, fondata da Amartya Sen. Tra le sue numerose pubblicazioni: Of People, of Places: Sketches from an Economist’s Notebook; Prelude to Political Economy: A Study of the Social and Political Foundations of Economics; An Economist’s Miscellany. Il suo libro “Oltre la mano invisibile. Ripensare l'economia per una società giusta” (Roma Bari, edizioni Laterza, maggio 2013) è di un tempismo perfetto in quanto anche gli assiomi economici più noti possono essere messi in discussione. Basu prende di petto una questione cruciale dei nostri tempi, la disuguaglianza. Il divario tra i più poveri ed i più ricchi che non è mai stato così alto. E disuguaglianza significa conflitto. “Se il mio benessere deve essere funzionale al tuo malessere e se la mia crescita dipende dalla tua decrescita, allora non può che aumentare il conflitto”.
Al Festival dell’economia Basu lascia un intervista a Pietro Veronese, giornalista della Repubblica. I temi affrontati sono stati tanti. Alla domanda se la crisi fosse passata, Kaushik Basu lancia un allarme: “Alla fine del 2015 il denaro iniettato nei paesi in difficoltà dalla Banca centrale europea, come quello dato alla Grecia, deve essere restituito. E da dove lo prenderanno? Verrà tolto dalle banche causando un’ondata di problemi per l’eurozona se nel frattempo non si prenderanno provvedimenti importanti”. La globalizzazione economica, nel senso di espansione del commercio estero e degli investimenti, è un qualcosa di anemico, che riflette l'impatto della recessione globale, sebbene sia ancora vigorosa nel senso di una continua condivisione internazionale di tecnologie, informazioni, idee e social media.
Ma nel mondo politico e delle decisioni politiche soffia un vento freddo che frena in anticipo l'entusiasmo per l'integrazione e la liberalizzazione del mercato. Il ciclo di negoziazioni commerciali di Doha è moribondo. L'integrazione economica in Europa è allo sbando. Non solo l'opposizione alle importazioni cinesi e agli immigrati dal Messico è ora un punto fermo delle politiche elettorali americane, ma la collera populista in tutti i Paesi, ricchi o poveri, contro la crescita galoppante della disuguaglianza, è spesso diretta alle forze oscure dell'intrusione globale e della concorrenza.
Agli economisti, tuttavia, non è chiaro quanta della crescita della disuguaglianza in un Paese sia dovuta alla competizione estera e quanta alle forze inesorabili del progresso tecnologico costante, che contribuiscono a sconvolgere i mercati del lavoro: computer, robot e ATM avrebbero sostituito segretari, saldatori e cassieri delle banche anche in un regime a commercio ristretto. Tali tecnologie, aumentando la domanda di operai esperti ed istruiti, fa inclinare la bilancia in modo sfavorevole per le masse di lavoratori inesperti.
Ricordo l'inizio della crisi. Stavo comprando del pesce a New Delhi. Mi stavano chiamando moltissimi giornalisti. Gli Usa vennero declassati da Standard & Poors. Fino a sera giornalisti da tutto il mondo mi telefonavano. Gli azionisti a livello globale erano pronti a mobilitare ingenti capitali in cerca di nuovi mercati ove investire. Il problema è che la BCE non può stampare denaro mentre la Federal Reserve può stampare ed influire maggiormente nelle politiche monetarie.
Il “rapporto Cina Usa” lo potremmo esemplificare così: “se tu prendi in prestito 10 $ da una banca significa che sei controllato dalla banca. Se prendi in prestito 10 milioni $ significa che sei tu che controlli la banca”. È la Cina, oggi, che controlla gli Usa, ma è anche preoccupata per l'Unione Europea che resta il suo maggior mercato.
L'errore sta, sempre secondo Basu, nell'art. 125 del Trattato di Lisbona che rende particolarmente difficoltoso il prestito di denaro.
La speranza di Basu è l’avvio di programmi d’azione che attiri le persone più dotate e competenti sul piano tecnico. Tutto questo potrebbe portare, nel lungo termine, a un’economia rivitalizzata e attraverso di essa a politiche economiche e a un impegno militante in grado di condurre a un mondo migliore.
 
Fonte: festivaleconomia.eu, unimondo.org, kaushikbasu.org
 
 
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