I pensieri di EffettoTerra

Uno spazio dedicato al confronto di idee sui temi dello sviluppo sostenibile, del consumo consapevole e dell'ambiente.

LCF - Lampadine a basso consumo

In vista dell’abbandono definitivo delle lampadine a incandescenza, previsto per il 2012, si moltiplicano le iniziative di sensibilizzazione. A detta di molti, risparmio nel portafoglio, 60 € l’anno, ed ambientale, ma per altri benessere e salute non sono così sicuri. Cosa ne pensi? Aggiungi un contributo?

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Inviato da Gianmauro Brondello il 25 gennaio, 2010 - 14:05

Il decreto anticrisi e l'ambiente

Forse, per lo schieramento al governo è meglio sviluppare il nucleare viste le ultime scelte di politica ambientale, nonchè la volontà di essere autosufficienti dal punto di vista energetico? Meglio continuare a consumare ed importare gas. 120.000 famiglie che hanno afforontato investimenti per l'efficienza energetica nella loro casa nel 2008 con la garanzia di ottenere la detrazione del 55%, ora, se non saranno tra i primi fortunati che si colegheranno nel sito dell'Agenzia delle Entrate, rischiano di non ottenerla.

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Inviato da Gianmauro Brondello il 2 dicembre, 2008 - 17:25

Greenwashing: come guadagnare ingannando i consumatori con una falsa virtù ambientalista

Pubblichiamo qui di seguito alcuni esempi di Greenwashing, segnalaci anche tu pubblicità che ti sembrano particolarmente ingannevoli, spot che palesemente usando l'ambiente come forma di marketing pubblicitario, nuocendo direttamente con i prodotti commercializzati.

Vai all'articolo Greenwashing: come guadagnare ingannando i consumatori con una falsa virtù ambientalista


Il colore verde nelle pubblicita e' di moda
Nella green room della BBC questa settimana Rebecca Swift di Getty Images parla di come molte aziende in corso di greenwashing stiano usando un paio di tonalità di colore verde: il verde rana (non di una precisa specie di anfibio, ma quello di Kermit) e il verde foresta (non quello di una foresta boreale, ma quello degli spot Landrover).
Rebecca si occupa di fotografia pubblicitaria e parla del verde odierno come del blu del millennio, quello che doveva rassicurare la gente contro i disastri del millenium’s bug e spingerla ad acquistare prodotti e tecno-talismani miracolosi. Erano anni di crescita, di tensione e il blu prometteva di alleviare gli effetti collaterali dello sviluppo frenetico.
Il punto e’ semplice, oggi il verde fa vendere più del rosso, per questo siamo circondati da loghi, scritte e immagini verdi. Rebecca spiega poi come, anche in pubblicità, l’abuso crei assuefazione. La risposta dei consumatori cala con il tempo fino al punto in cui non si rende necessario inventare qualcosa di nuovo. Secondo lei potremmo aspettarci un cambiamento nei colori che veicolano messaggi verdi in futuro. Non e’ chiaro quale colore sarà scelto per le proiezioni con le quali le aziende vorranno farci credere di essere “verdi” e potremmo vederne di tutti i colori.

tratto da EcoBlog, pubblicato: lunedì 25 febbraio 2008

sito BBC


Pubblicità Eni: non comprate i miei prodotti
Eni vende energia. Eni sponsorizza m’illumino di meno in cui si chiede alla gente di risparmiare energia. E’ un controsenso? No, e’ una operazione di greenwashing che frutta più del danno ai consumi (limitato a poche ore).
L’Autorità per l’energia e il gas ha un sistema per rendere non dannose per le compagnie elettriche queste iniziative sul risparmio energetico: “i costi sostenuti dai distributori per la realizzazione dei progetti di risparmio energetico possono trovare copertura, qualora comportino una riduzione dei consumi di energia elettrica e di gas naturale, rispettivamente sulle componenti delle tariffe per il trasporto e la distribuzione dell’energia elettrica e del gas naturale, secondo criteri stabiliti dall’Autorità.”Dalla Rete Lilliput, come per m’illumino di meno dell’anno scorso, viene una condanna allo sponsor che Caterpillar (trasmissione della Rai, quindi nazionale, quindi nostra) ha scelto: l”ENI (azienda il cui principale azionista e’ il governo Italiano, quindi nostra). L’ENI e’ accusata di varie cose tra cui di distruggere gli ambienti attraversati dai suoi oleodotti e di estrazione poco rispettosa della salute pubblica (Nigeria, Kashagan, Ecuador, …) Rete Lilliput invitava il Governo Italiano ad “anteporre il controllo dell’operato delle proprie aziende alla mera condivisione dei loro utili” l’anno scorso non e’ stata ascoltata, quest’anno nemmeno. Come l’anno scorso penso che la manifestazione serva principalmente a diffondere attenzione per il risparmio energetico. Se qualcuno vuole guadagnare sulla buona fede di chi aderisce e pensa che basti associare il proprio marchio al bene fatto da altri… forse si sbaglia.

Rete Lilliput

tratto da EcoBlog, pubblicato: lunedì 15 febbraio 2008


Lo spot "you and vodafone" oggetto di un provvedimento sanzionatorio dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato
L'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha ritenuto ingannevole il messaggio pubblicitario "You and Vodafone" condannando VODAFONE ad una multa di 59.100 Euro. A denunciare l'ingannevolezza del messaggio all'Antitrust qualche mese fa l'associazione in difesa dei consumatori Generazione Attiva.
Lo spot, diffuso lo scorso mese di Marzo, consisteva nell’ironica rappresentazione di scene di vita familiare interpretate da due noti calciatori. Nella parte conclusiva dello sketch si inseriva una voce fuori campo che informava della possibilità di parlare “a sette centesimi al minuto per sempre con tutti i numeri Vodafone e a un minuto con il tuo numero preferito e senza costi di ricarica”. La voce fuori campo era assistita da claim con caratteri grafici di immediata percezione che riportano graficamente i contenuti dell’offerta recitati dagli slogan vocali. Contemporaneamente ai claim audiovisivi, apparivano altre scritte in sovrimpressione, dai caratteri grafici molto più ridotti dei precedenti, che, in rapida successione, informavano dell’esistenza dello “scatto alla risposta di diciannove centesimi”, della modalità di “tariffazione di 3,5 centesimi a scatti anticipati di trenta secondi” e della possibilità di avvalersi della tariffa reclamizzata soltanto se “si effettua almeno una ricarica al mese”. Per l'Antitrust, ai fini della corretta rappresentazione di un elemento così cruciale nella scelta di acquisto dei consumatori come il prezzo tutte le informazioni devono risultare di immediata percezione e, quindi, non solo le omissioni degli elementi da cui dipende il prezzo del servizio reclamizzato ma anche le modalità di presentazione del prezzo possono, come nel caso di specie,porsi in contrasto con l’ampia nozione normativa di “pubblicità ingannevole”.
"La condanna a Vodafone non fa altro che confermare un trend negativo che ha come protagonisti principali gli operatori di telefonia mobile" afferma Andrea D'Ambra che continua: "Da quando, sul nostro sito www.generazioneattiva.it abbiamo attivato un modulo di segnalazione per tutti i messaggi e le pubblicità ingannevoli continuano ad arrivarci quotidianamente centinaia di segnalazioni che vengono esaminate prima di essere inoltrate all'Antitrust". La recidiva conferma però che le sanzioni restano troppo basse e l'operatore preferisce pagare la multa perché gli conviene. Proprio per questo speriamo che il Parlamento voglia al più presto approvare il Disegno di Legge S n. 1733 assegnato alla 10ª Commissione permanente (Industria, commercio, turismo) del Senato che ha ad oggetto modifiche al Codice del Consumo. Il ddl presentato dalla Senatrice Rame (IDV) su nostra sollecitazione, può trovare ancora spunti per essere emendato con misure a favore dei consumatori come quella che preveda la destinazione di parte dei proventi derivanti dalle sanzioni inflitte dall’Antitrust, anche a quelle associazioni che, pur non facendo ancora parte del CNCU, con denunce all’Authority contribuiscono in modo essenziale all’attività di quest’ultima e ancora con la determinazione della sanzione oltre che al costo dell'eventuale campagna pubblicitaria (già previsto nel DDL) anche e soprattutto al fatturato dell’azienda che commette pubblicità ingannevole.

tratto da Generazione Attiva, pubblicato il 31 Ottobre 2007

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Inviato da lele il 26 febbraio, 2008 - 16:49

La rivincita del localismo

la Repubblica, 13 dicembre 2007
di Carlo Petrini presidente di Slow Food

È una pace fragile quella siglata tra gli autotrasportatori e Palazzo Chigi, un’intesa che lascia al Paese una sensazione di grande debolezza strutturale visto che sono bastati due giorni per mettere in ginocchio quasi tutte le città.
Tuttavia, sia pure senza volerlo, il blocco dei Tir ci ha dato una risposta laterale e straordinaria, che se ne sta lì, quieta e sorridente, in attesa che qualcuno la noti e gli sorrida di rimando. «Nel mondo vì sono tante città, una te l’ho già detta, quale sarà?». Era un giochino che, dalle mie parti, ci facevano da bambini e che ci insegnava a vedere le soluzioni dentro i problemi (Mondovì era la città nascosta nella domanda).
Lì dove? Non certo sulle autostrade intasate, né nei telegiornali che hanno alternato con zelo la par condicio tra padroncini arrabbiati e politici indignati e quella tra gli automobilisti che avevano ancora abbastanza benzina per andare a bloccarsi in una coda per ore e quelli che invece sono rimasti fuori da quella follia solo perché il benzinaio è restato senza carburante.
Ma tra le tante interviste televisive alcune hanno fatto centro, sia pure senza saperlo. In un mercato rionale di Roma i giornalisti hanno cercato di indagare sulla situazione delle vendite al dettaglio di generi alimentari. I venditori quasi si scusavano: «Oggi c’è poco, è arrivata solo la roba locale per via dello sciopero dei Tir…». La telecamera si è allargata su una specie di Bengodi di verdure di stagione, locali, un commestibile giardino d’inverno ricco di tutti i colori, i profumi e i sapori che l’agro romano può offrire. Mancavano le banane, i manghi, le fragole? Evviva. Mancavano i gamberetti del Pacifico e la polpa di granchio? Perfetto.
Certo Roma ha intorno a sé un’areale agricolo che altre città non possono nemmeno sognare. Però usiamo questa vicenda come il paradigma della storia che stava nascosta dietro i tir, perché non ci sono solo le grandi città, in Italia; ci sono centinaia di città piccole e medie che hanno i campi e gli orti appena fuori dal centro storico.
Le economie locali non le fermi tanto facilmente, perché non hanno molti bisogni. Chi ha molti bisogni ha molti padroni. Le economie locali sono libere perché sono piccole e agili. Perché sono adattabili e flessibili. E sono così perché hanno un alto tasso di biodiversità e perché la soddisfazione delle loro esigenze è al centro di un sistema paritario, di dare e avere, che invece non può essere il paradigma della grande distribuzione. Le economie locali non hanno padroni, hanno una rete di interazioni. E parte di questa rete è costituita proprio dai consumatori, i quali si possono rilassare: escano a piedi, facciano una passeggiata nel centro storico delle loro città, arrivino fino al più vicino mercato, facciano due chiacchiere con i venditori, che magari sono anche agricoltori, acquistino frutta e verdura locali di stagione e quanto il loro territorio offre. Poi tornino a casa o in ufficio (anche uno spuntino può essere arrivato in Tir o essere stato prodotto localmente) e si godano un pasto a chilometri zero, a carburante zero, a emissioni zero, a nervosismo zero.

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Inviato da Gianmauro Brondello il 18 dicembre, 2007 - 18:29

Ma non è soltanto colpa di Cina e India

Di GIULIETTO CHIESA 4/12/2007

E’ iniziata ieri a Bali, con delegati di 180 Paesi, la Conferenza Onu sui cambiamenti climatici, che dovrà preparare il dopo Kyoto. Negli incontri verranno definiti i passi per arrivare nel 2009 al nuovo Protocollo sulla riduzione delle emissioni inquinanti.
Si va formando, lentamente ma con netta progressione, l'idea che la Cina sia il nuovo nemico. Non l'unico, ma nuovo. Sin dalle prime battute della Conferenza di Bali si è visto che siamo nei guai, intendo dire tutti. L'Europa è andata a Bali con una proposta: contenere l'aumento climatico entro i 2° (rispetto all'inizio delle rivoluzione industriale). Ma il consenso mondiale attorno a questa proposta non c'è, e sarà molto difficile costruirlo. Ma noi sappiamo anche che la barriera del «+ 2°» non ci salverà da immani catastrofi nel tempo assai breve di una quindicina-ventina d'anni. Figurarsi se si andasse oltre, ai 3°, 4°, 5° che si prevedono in caso non si rallenti drasticamente, fin da subito, l'emissione di anidride carbonica e di altri gas serra nell'atmosfera.
Chi è il colpevole per questo stato di cose? Tutti sembrano guardare oggi alla Cina e all'India, di cui si dice che, presto, diverranno i principali emettitori di CO2. Perché? Perché si sviluppano a tassi altissimi di crescita del loro Pil: la Cina quest'anno oltre l'11% e l'India oltre il 7%.
Vera l'una e l'altra cosa, ma niente affatto vero che i principali responsabili del riscaldamento climatico siano e saranno loro. Yu Qingtai, il capo negoziatore cinese a Bali, che ho incontrato a Pechino alla vigilia dell'inizio del nuovo negoziato, ha ricordato che, anche se la Cina continuerà a svilupparsi a questo tasso di crescita, nei prossimi vent’anni contribuirà al riscaldamento, con le sue emissioni pro capite di CO2, il 30% in meno dei Paesi industrializzati.
Ed è un fatto innegabile che i circa 40 Paesi industrializzati che hanno firmato Kyoto (i più saggi della combriccola, tra cui tutti gli europei) hanno mancato tutti gli obiettivi che si erano dati e hanno continuato ad aumentare le loro emissioni di CO2. E ancora più innegabile è che gli Stati Uniti non hanno neppure ratificato Kyoto e annunciano di essere contrari a ogni accordo che li vincoli in qualche forma a una riduzione controllata delle emissioni.
L'ambasciatore Yu Qingtai, con il sorriso sulle labbra, fa puntigliosamente il conto delle debolezze della Cina, e lo ripeterà a Bali quando verrà il suo turno: siamo il Paese più popoloso della Terra, siamo in grande sviluppo ma siamo ancora un Paese sottosviluppato, abbiamo un mix energetico in cui prevale il carbone (alto emettitore di CO2), disponiamo di poche tecnologie avanzate. Siamo impegnati a migliorare la situazione e a cooperare per un accordo internazionale. Ma ciascuno guardi prima di tutto in casa propria. I principali «riscaldatori» siete voi, Paesi industrialmente avanzati, e lo sarete ancora nel prossimo e medio futuro. E aggiunge, questa volta, senza sorriso: «E se siamo in questa situazione è essenzialmente perché negli ultimi 200 anni siete stati voi a combinare tutto questo pasticcio. Noi siamo appena arrivati sulla scena».
Difficile negare l'evidenza, come è difficile negare che l'Occidente deve alla Cina molto più di quello che appare a prima vista. Mao Rubai, presidente della Commissione per la tutela dell'ambiente del Congresso nazionale del Popolo, aggiunge una considerazione: «Quando la Cina decise di ridurre l'aumento della popolazione imponendo un figlio per famiglia, chiese ai suoi cittadini un sacrificio enorme, tremendo. Il risultato è che oggi noi siamo trecento milioni di persone meno di quelli che saremmo stati. In termini di emissioni di CO2 questo significa semplicemente 1.300 milioni di tonnellate in meno ogni anno».
Ma, al di là dei meriti e demeriti, storici e attuali, della diverse componenti della famiglia umana, s'impone una svolta. Anche perché il riscaldamento climatico non aspetta le lente decisioni umane. Se non si invertirà il corso dello sviluppo attuale, cominciando a ridurre le emissioni del 6% annuo, raggiungendo il picco di emissioni entro il 2018-2020, sarà impossibile ottenere la soglia di salvezza entro la metà del secolo. Il problema è che non stiamo facendo quasi niente. Non è la Cina il nostro nemico: il nostro nemico siamo noi.

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Inviato da Gianmauro Brondello il 18 dicembre, 2007 - 18:25

Acquisto latte crudo biologico

Qualcuno ha dei consigli su dove acquistare latte crudo da allevamento biologico vicino a Torino? Grazie.

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Inviato da Marcello Testi il 17 novembre, 2007 - 10:35

La scommessa della decrescita di Serge Latouche

Pubblichiamo la trascrizione dell'intervento di Serge Latouche nel seminario sulla decrescita organizzato giovedì 4 ottobre dalla commissione cultura della Camera dei deputati. A cura di Carta.org

Mi convinco sempre sempre di più che la sinistra abbia sottovalutato la forza del liberismo e la sua forza anche nella sinistra stessa. Soprattutto ha sottovalutato il fatto che il mito della crescita ha un posto centrale sia nel dispositivo del liberalismo che in quello del capitalismo. Su questo punto dobbiamo dire che purtroppo Marx si è sbagliato. Ha pensato che fosse possible, sostituire all'"accumulazione" cattiva del capitale [accumulazione è il nome marxista della crescita], quella buona di un altro sistema. Questo non è vero, l'accomulazione del capitale è sempre legata all'economia di mercato. Da questo punto di vista, i cosiddetti socialisti utopisti, come per esempio William Morris di "News from Nowhere", avevano capito meglio di Marx il carattere perverso della crescita, il fatto che essa sia legata al sistema termoindustriale, e quindi ai rapporti capitalistici. Oggi dobbiamo fare i conti con questa eredità.

Uno scienziato francese, Hubert Reeves, molti anni fa raccontava questa favola. Un giorno un vecchio pianeta nelle sue divagazioni incontra la Terra che non aveva visto da alcuni milioni di anni. Allora dice: "Come stai?". La Terra risponde: "Non mi sento molto bene, credo di avere una malattia mortale". "E come si chiama questa malattia?". "Si chiama umanità". "Ahh - conclude il vecchio pianeta -, anch'io l'avevo presa alcuni milioni di anni fa. Ma guarisce da sola, si autodistrugge".

E' vero che oggi sembra che l'umanità rischia di sparire. Abbiamo molti segnali che lo confermano quasi ogni giorno. Sappiamo che stiamo vivendo la sesta estinzione delle specie, la quinta è quella che ha avuto luogo 65 milioni di anni fa, quella che ha visto sparire i dinosauri. Solo che ci sono tre differenze tra la quinta e la sesta: questa è organizzata dall'uomo e procede a una velocità terrificante. Per fotruna la natura ha una vitalità straordinaria e una capacità di adattarsi soprendente, ma quando i cambiamenti sono così veloci è impossibile per la natura adattarsi.

Un'altra importante differenza è che anche l'umanità potrebbe essere la vittima di questa sesta estinzione. Lo sarà sicuramente se non facciamo niente.

La scommessa della decrescita è diversa. Non pensiamo che l'umanità sia una specie votata al suicidio, o che non ci sia speranza. Pensiamo infatti che il suicidio faccia parte dell'essenza della società della crescita, ma non di tutte le società umane. Che la nostra società, la società moderna, sia candidata al suicidio ma non l'umanità in quanto tale. La decrescita scommette che sia possibile salvare l'umanità, ma solo a condizione di uscire dal paradigma della modernità, della società della crescita.

Che cos'é quindi una società come la nostra? È una società che ha per unico fine la crescita senza limiti. È un'idea assurda per questa idea si deve consumare sempre di più, produrre ancora di più rifiuti e profitti. Per promuovere questa idea ci sono tre grandi strumenti: la pubblicità che ci invita sempre a consumare cose di cui non abbiamo veramente bisogno; l'obsolescenza programmata e il credito.

La scommessa della derescita è l'umanità possa fare una rivoluzione culturale, uscire dalla società di crescita, di deglobalizzarsi e ritrovare il locale, di uscire dal capitalismo e quindi dall'accomulazione illimitata, sotto l'impulso di due forze, una forza positiva e una forza negativa.

La forza positiva è l'aspirazione all'ideale che vivremmo meglio se vivessimo in un altro modo. Questa è la grande lezione del mio maestro Ivan Illich, che per quarant'anni ha predicato nel deserto. Invece di prendere come slogan, come fa il governo francese attuale, "lavorare di più per guadagnare di più" diceva "lavorare di meno per vivere meglio". Di sicuro lavorando meno si produrrebbe meno o si distruggerebbe meno il pianeta e avremmo più tempo per godere della vita, per ritrovare il senso della vita. Forse meno ricchezze in termini di prodotto interno lordo ma più richezze in termini di vita, di ricerca del piacere e della felicità. E consumare meglio è possible.

Il grande, uno dei grandi precursori della decrescita, che recentemente è morto in Francia, l'amico André Gorz, negli anni '70 e '80 aveva descritto degli scenari per dimostrare come era possibile allo stesso tempo ridurre il tempo di lavoro, diminuire la disoccupazione e aumentare la felicità.

Oggi siamo tossicodipendenti di consumismo. Lo siamo tutti. E allora dobbiamo intraprendere una terapia, dobbiamo liberarci da questa dipendenza, ma non è facile. Naturalmente l'aspirazione a un'ideale, a un mondo più giusto, a un mondo più sostenibile ha un ruolo importante ma non basterà. Questo è il motore positivo. Il motore negativo invece è la pedagogia delle catastrofi. È per questo che paradossalmente sono molto ottimista, perché sono certo che ci saranno catastrofi.

Il progetto di costruire una società della decrescita dunque è un'utopia, un'utopia nel senso concreto e positivo della parola che è un altro mondo possibile. Ho proposto di realizzare questo progetto attraverso uno schema delle otto "R": Rivalutare, Riconcettualizzare, Ristrutturare, Ridistribuire, Rilocalizzare, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare. Ogni volta che faccio una conferenza c'é qualcuno nella sala che mi dice: "Lei ha dimenticato una R molto importante, si deve anche reinventare la democrazia". Un altro mi dice: "Si deve ri-cittadinare". Il concorso è aperto, si possono aggiungere molte altre R.

Questa proposta non é un programma politico perché non sono un politico, sono uno scienziato, un intellettuale, non è il mio lavoro fare un programma politico. Ma è un progetto politico, l'utopia di una società autonoma. Il progetto della decrescita non è nuovo, la cosa nuova è che la parola decrescita parla all'immagnario. Questo 'de' crea un colpo, come è possibile rimettere in questione il fondamento della nostra società, di tutto il nostro mondo. E allora questo crea una reazione molto forte. Alcuni che avevano dubbi sul nostro mondo, sulla società, dicono: "Sì, bastava pensarci, ha ragione, abbiamo trovato all fine la cosa importante". E altri dicono "Ma è impossibile. Come parlare di derescita?". Se non parliamo di decrescita andiamo verso la catastrofe e l'apocalisse.

Ora vorrei in alcune parole spiegare come opporre l'utopia concreta alla altra grande utopia dell'occidente che è il liberismo. Il liberismo è anche un grande progetto, un progetto che ha strutturato l'occidente per secoli. Dobbiamo prendere coscienza che in questo progetto la cosa più importante è il mito della crescita. Nella sinistra c'è la tentazione di separare il liberalismo buono dal liberismo cattivo. Fondamentalmente, però, sono come dottor Jekyll e mister Hide, due facce della medesima medaglia, strettamente legate anche se diverse.

E' un progetto fantastico, il liberismo, nato nel medioevo in reazione all'orrore per le guerre, soprattutto quelle civili. E' un progetto grandioso, il liberismo, e precisamente è l'utopia di una società autonoma. Una società autonoma che si basa sull'individualismo, sull'emancipazione dell'umanità, sul progetto della modernità, della liberazione dalla trascendenza, dalla tradizione, della religione e dalla gerarchia.

Il problema di questo progetto è nelle sue aporie: l'aporia della libertà è la libertà di sfruttare gli altri. L'individualismo è un progetto autodistruttivo e l'uguaglianza ancora di più. L'uguaglianza assoluta è impossibile perché per natura non siamo uguali, quindi la strada che il liberismo ha trovato, soprattutto attraverso il suo aspetto economico, è di reinventare un'eteronomia che permette il funzionamento della società moderna: l'eteronomia della mano invisibile.

Se c'é la mano invisibile allora nessuno può rimpiangere della sua povertà, nessuno è responsabile delle disuguaglianze, sono le leggi del mercato. Basta leggerlo su tutti i giornali: se i popoli del sud sono più poveri la colpa, in fondo, è loro. Non è colpa più delle grandi imprese o dei governi, è la legge del mercato, la stessa legge per tutti. Una legge che funziona benissimo e che funziona perfino meglio se c'é la continua fuga in avanti della crescita infinita. Che ha come corollario l'idea che se l'uguaglianza non è realizzata oggi, almeno domani le disuguaglianze saranno minori. Se oggi non possiamo comprare l'ultimo modello di automobile, certamente potremo farlo domani, grazie alla crescita.

Questo meccanismo ha funzionato per tanti anni gloriosi tra il 1945 e il 1975. E' vero che gli operai hanno potuto comprare una macchina, un frigorifero. E' vero che le cose che prima erano riservate ai ricchi sono diventate delle comuni. Questo permette alla società liberista di funzionare.

Un amico, un filosofo, ha scritto recentemente un bel libro che si intitola "L'impero del meno male". Sono riusciti a creare, con il liberismo e la crescita, l'impero del meno male, ma oggi questo non basta più. Perché il problema è che oggi ci si confronta con l'autodistruzione sociale perché l'ingiustizia, aporia strutturale di questo stesso meccanismo, è diventata senza limite.

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Inviato da Antonio il 18 ottobre, 2007 - 14:53

I nostri compiti per Madre Terra di Al Gore

Pubblichiamo qui di seguito un articolo scritto nel giugno 2007 da Al Gore. Una fotografia del presente e del futuro ambientale del mondo.

Da quando nel gennaio 1992 è stato pubblicato Earth in the Balance, doviziose e inedite ricerche scientifiche hanno grandemente rafforzato la nostra comprensione di alcuni dati di fatto fondamentali: il riscaldamento globale è effettivo, sta peggiorando assai rapidamente, è causato in buona parte dalle attività umane, dobbiamo intervenire rapidamente per evitare conseguenze peggiori e, infine, non è troppo tardi.

Pressoché tutti ormai comprendono benissimo che l'uso di combustibili fossili (quali carbone, petrolio e gas) ispessisce il velo normalmente sottile dell'atmosfera che circonda il pianeta e che così intrappola molto più calore solare vicino alla superficie della Terra. I livelli anomali di riscaldamento atmosferico che ne conseguono destabilizzano drasticamente l'equilibrio climatico esistito durante tutta la storia dell'umanità.

In altre parole, noi abbiamo radicalmente alterato il rapporto fondamentale tra esseri umani e Terra. Ciò è imputabile a una combinazione di fattori diversi.

  • Primo: in un solo secolo la popolazione umana sul pianeta è quadruplicata. Erano occorse diecimila generazioni prima che la popolazione mondiale raggiungesse i due miliardi, soglia raggiunta quando è nata la mia generazione - quella dei baby boomers. Adesso, nell'arco di una sola vita - la nostra - la popolazione mondiale sta passando da due a nove miliardi di individui (proiezione dei prossimi 45 anni). Abbiamo già superato la soglia dei 6,5 miliardi di persone.
  • Secondo: la potenza delle nuove tecnologie oggi disponibili ha moltiplicato di migliaia di volte l'impatto che ciascun individuo può avere sul mondo naturale. Le nostre vecchie abitudini, un tempo in massima parte positive, adesso sono perseguite con tale accentuata intensità che siamo diventati un po' come il proverbiale "elefante in una cristalleria".
  • Terzo: l'insolita attenzione che riponiamo pensando sul breve periodo e perseguendo una gratificazione immediata - non solo come individui, ma, cosa più importante, nelle modalità di intervento dei mercati, delle economie nazionali e delle agende politiche - ha portato a un'esclusione sistematica delle conseguenze sul lungo periodo dalle nostre decisioni e dalle politiche che adottiamo.

Le conseguenze di questo rapporto radicalmente nuovo tra esseri umani e Terra sono devastanti: oggi non si parla neanche più tanto di rapporto, quanto di scontro. La comunità scientifica ci ha ormai sommersi di documentazioni di vario tipo a riprova dei terribili cambiamenti che stiamo arrecando al pianeta. È un po' la loro versione di chi grida le proprie verità dalla sommità dei tetti.

Nell'edizione originale del 1992 di questo libro, avevo riportato le informazioni desunte da una carota di ghiaccio risalente a 160.000 anni fa che dimostrava che i livelli di anidride carbonica nell'atmosfera terrestre non erano mai stati più alti di quelli che avevamo al momento. Nella riedizione del libro del 2000, ho utilizzato i dati di un'altra analisi condotta su una carota glaciale, risalente a 420.000 anni fa, dalla quale si perveniva alle medesime conclusioni. Adesso, dalle pagine di questo libro, potrete constatare che gli attuali livelli di CO2 sono i più alti mai registrati in ben 650.000 anni! Al pari delle altre prove e documentazioni fornite, questo dato conduce esattamente alla stessa conclusione presentata nel libro di quindici anni fa. Solo che oggi le prove sono molto più schiaccianti.

Dal 1992 a oggi quattro prestigiosi organismi scientifici hanno redatto nuovi compendi di studi che riportano un numero sbalorditivo di dati e hanno creato il più forte consenso immaginabile su queste questioni per ammonire i politici che devono prendere le decisioni:

Il Panel Intergovernativo sul cambiamento del clima, formato da oltre duemila tra i più illustri esperti del mondo, ha redatto due voluminosi rapporti che giungono alla conclusione che gli esseri umani stanno avendo un forte impatto sul clima terrestre e che le terribili conseguenze di ciò sono percepibili già oggi. Gli scienziati inoltre illustrano nei dettagli le conseguenze infinitamente peggiori che avranno luogo in futuro se non si farà nulla per porre rimedio alla crisi del clima.

L'Accademia Nazionale delle Scienze, il sistema aureo della ricerca statunitense, ha pubblicato numerosi studi, tra i quali uno del 2006 che sostiene che "probabilmente" stiamo vivendo il periodo più caldo sulla Terra degli ultimi due millenni. L'Accademia ha fornito consigli all'Amministrazione Bush su questioni chiave relative ai principi fondamentali del sistema climatico.

L'U. S. Global Change Research Program ha pubblicato nel 2000 il suo National Assessment, nel quale illustra, per la prima volta, gli impatti regionali che avrà il cambiamento climatico in termini di geografia e di settori cruciali (quali l'agricoltura, la salute degli esseri umani, e le foreste) qui negli Stati Uniti.

Nel 2004, è stato pubblicato l'Arctic Climate Impacts Assessment, nel quale si illustra in che modo le temperature artiche siano aumentante a un ritmo quasi doppio rispetto a quelle del resto del mondo, in gran parte perché la neve artica e il ghiaccio che riflettono la luce del Sole si stanno sciogliendo, lasciando dietro di sé terra scura e superfici di oceano, che a loro volta assorbono maggiormente il calore del Sole e riscaldano sempre più la regione. L'Assessment è altresì giunto alla conclusione che la riduzione dei ghiacciai marini diminuirà drasticamente l'habitat marino degli orsi polari, delle foche dei ghiacci e di qualche uccello marino, innescando l'estinzione di alcune specie.

Oltre a questi studi principali, sono stati pubblicati altri documenti che come tessere di un mosaico hanno contribuito a formare un quadro più preciso della situazione. Tra questi ricordiamo:

Uno studio del 2005 pubblicato su Nature ha stabilito che i livelli crescenti di anidride carbonica riducono i livelli di pH negli oceani, con la conseguenza che l'acqua diventa sempre più acida. Se questo ciclo dovesse continuare, alcuni organismi marini fondamentali quali i coralli e alcuni plankton (che costituiscono il primo anello della catena alimentare oceanica), andranno incontro a problemi nel mantenere e costruire i loro scheletri di carbonato di calcio. I risultati di questo studio indicano che queste condizioni potrebbero svilupparsi entro qualche decennio, e non tra qualche secolo come si è creduto in precedenza.

Numerosi studi pubblicati su Science e un articolo pubblicato di recente sia su Nature sia su Geophysical Research Letters conferma l'emergente consenso della comunità climatica sul fatto che il cambiamento del clima sta riscaldando le acque degli oceani, esacerbando di conseguenza l'energia distruttiva degli uragani.

Uno studio del luglio 2006 pubblicato su Geophysical Research Letters riferisce che i ghiacciai alpini in Europa potrebbero sparire quasi del tutto entro questo stesso secolo.

Infine, dato forse più allarmante di tutti, la Nasa ha registrato alcune immagini dai satelliti dalle quali si può notare che la coltre di ghiaccio della Groenlandia è molto più instabile di quanto si supponesse finora. I ricercatori di Harvard hanno raccolte le prove di terremoti verificatisi nel ghiaccio che hanno fatto registrate scosse tra i 4,0 e i 5,0 gradi della scala Richter. Ciò si somma al collasso di parti di ghiaccio vaste quanto Rhode Island che si sono staccate dalle penisola antartica, dando vita a ulteriori preoccupazioni per la stabilità dello strato di ghiaccio dell'Antartico Occidentale. Se dovessimo destabilizzare e lasciar sciogliere la coltre di ghiaccio alta tremila metri che ricopre la Groenlandia o una parte dell'altrettanto enorme massa di ghiaccio dell'Antartico Occidentale, in entrambi i casi il livello delle acque oceaniche salirebbe in tutto il mondo di oltre sei metri.

Pare quasi assurdo, ma potremmo mettere in moto questi cambiamenti nell'arco di tempo della vita dei nostri figli e dei nostri nipoti. A meno di intervenire tempestivamente e in modo deciso, secondo alcuni illustri esperti scienziati, in mancanza di un radicale cambiamento per tagliare l'inquinamento che provoca il riscaldamento globale, ci ritroveremo entro i prossimi dieci anni in grave pericolo e rischieremo di superare il punto di non ritorno.

Nel 1992 e nel 2000, mi sentii pieno di speranze e con l'intensa sensazione che stessimo davvero trovando la volontà di risolvere la crisi del clima. Al contrario, abbiamo effettuato un'inversione di rotta. Il presidente Bush continua a ripetere che ancora non sappiamo con certezza se la crisi del clima sia imputabile all'uomo o avvenga spontaneamente, e pertanto non ha preso praticamente alcun provvedimento per risolvere il problema.

Ma c'è di peggio: insieme al vicepresidente Cheney, Bush ha avviato la nazione nella direzione opposta. Ciò che mi risulta difficile da comprendere, in particolare, sono i provvedimenti adottati dall'Amministrazione Bush nei suoi primi cento giorni in carica, quelli che hanno per così dire dato il "la" al resto del mandato di questa Amministrazione in questo ambito. Prima di tutto il presidente ha fatto marcia indietro e ha revocato la sua promessa fatta in campagna elettorale di controllare l'anidride carbonica alla stregua di un inquinante. In seguito, poco più di quindici giorni dopo - per l'esattezza il 28 marzo 2001 - l'allora Amministratore dell'Epa (Ente per la protezione ambientale) Whitman ha annunciato che gli Stati Uniti non avevano alcun ulteriore interesse nei negoziati per il Protocollo di Kyoto.

A quel punto gli Stati Uniti hanno deciso di togliere il loro sostegno a Bob Watson, che da anni presiedeva l'Intergovernmental Panel on Climate Change. Gli hanno tolto la presidenza a favore di un candidato maggiormente vicino all'industria. Le loro ragioni di fondo per questa incredibile inversione di rotta non sono state del tutto chiarite se non più avanti, quando grazie a un Freedom of Information Act Request, il National Resources Defense Council ha ottenuto un memorandum faxato dalla sede di Washington della ExxonMobil al Council on Environmental Quality della Casa Bianca in data 6 febbraio 2001. In quel memorandum era illustrato un vero e proprio piano di intervento. L'ExxonMobil esigeva la destituzione di Watson con queste parole: "Watson può essere rimosso adesso, su richiesta degli Stati Uniti?". Nel documento si suggeriva altresì il licenziamento di altri funzionari che avevano lavorato all'U. S. National Assessment on Climate Change, tra i quali comparivano anche Rosina Bierbaum e Mike MacCracken. Anche costoro lasciarono uno dopo l'altra il pannello di esperti. Nello stesso memorandum, inoltre, l'ExxonMobil proponeva il nome di Harlan Watson per il posto di negoziatore capo per le questioni climatiche presso il Dipartimento di Stato, e questo "suggerimento" è stato anch'esso accolto dall'Amministrazione. Watson era colui che nelle vesti di rappresentante degli Stati Uniti aveva silurato gli ultimi sforzi internazionali volti a potenziare la guerra al riscaldamento globale.

In seguito sono apparsi altri rapporti che legavano ExxonMobil e l'Amministrazione Bush: per esempio, Philip Cooney è stato nominato segretario generale per il Consiglio della Casa Bianca sulla Qualità dell'ambiente. Prima di entrare a far parte dell'Amministrazione Bush, Cooney era stato un lobbista dell'American Petroleum Institute (un gruppo lobbistico dell'industria petrolifera). Nel giugno 2005 dopo l'imbarazzante scoperta del suo sabotaggio a discapito dell'integrità scientifica, attuato per conto dell'industria petrolifera, Cooney ha rassegnato le proprie dimissioni dalla Casa Bianca di Bush ed è stato immediatamente assunto da ExxonMobil.

Triste a dirsi, il trend esemplificato dalla nomina di Cooney è onnipresente e prassi ordinaria dell'attuale Amministrazione. Il 18 febbraio 2004, oltre sessanta illustri scienziati - tra i quali premi Nobel, famosi esperti di medicina, ex direttori di agenzie federali, cattedratici e presidi di facoltà - avevano firmato una dichiarazione nella quale esprimevano le loro vive preoccupazioni per l'uso scorretto della scienza da parte della Casa Bianca di Bush. Gradualmente, nell'elenco dei firmatari sono comparse le firme di 49 premi Nobel, 63 insigniti della Medaglia Nazionale per le Scienze, e 175 membri delle Accademie nazionali.

La Bibbia dice: "Laddove non vi è visione, il popolo muore". Noi dobbiamo avere una visione affrancata da vincoli, frutto delle migliori ricerche scientifiche, affinché i nostri leader possano prendere le decisioni migliori per la Terra e i suoi abitanti".

I cinesi scrivono la parola "crisi" con due caratteri: il primo è il simbolo del pericolo, il secondo quello dell'opportunità. Questa è la nostra opportunità per migliorare, per far fronte a questa crisi con successo, per vedere la verità delle attuali circostanze, per tracciare la nostra strada verso un mondo migliore.

La crisi del clima costituisce un'opportunità unica per sperimentare quello che poche generazioni nell'arco della Storia hanno avuto il privilegio di conoscere: una missione generazionale, l'euforia di un obiettivo morale irresistibile, una causa comune e unificante, e il brivido di essere costretti dalle circostanze a mettere in disparte le meschinerie e i conflitti che così spesso ostacolano l'incessante bisogno umano di trascendenza.

In questo momento è difficile immaginare di poter tagliare le emissioni globali di sostanze inquinanti che provocano il riscaldamento del clima dal 70 all'80 per cento, e che le strade possano presto riempirsi di veicoli elettrici ibridi e ricaricabili e che edifici verdi possano generare energia al punto da poterla rivendere alle società stesse che erogano l'elettricità. Forse è difficile in questo momento comprendere appieno il potenziale dell'idrogeno, immaginare una rete superelettrica intelligente, concepire che nuovi biocombustibili possano far funzionare i nostri mezzi di trasporto o di poter utilizzare macchine e apparecchiature elettriche efficientissime da un punto di vista energetico, come pure avere accesso alle più nuove tecnologie e tecniche di produzione. Tutto ciò ci è nuovo, ma già oggi esistono realtà concrete di quasi tutte queste tecnologie, o esisteranno in un immediato futuro. Le nuove tecnologie di mercato sono per noi difficili da comprendere tanto quanto Internet lo era per chi lavorava negli anni Ottanta.

In passato ci siamo imbattuti e abbiamo accettato altre grandi sfide. Abbiamo dichiarato la nostra libertà e l'abbiamo conquistata, dando vita a un nuovo Paese. Abbiamo concepito una nuova forma di governo. Abbiamo affrancato gli schiavi. Abbiamo dato alle donne il diritto di votare. Abbiamo curato la poliomielite e contribuito a sradicare il vaiolo. Abbiamo messo piede sulla Luna. Abbiamo abbattuto il comunismo e contribuito a porre fine all'apartheid.

In passato abbiamo già risolto una crisi globale ambientale, il buco nello strato di ozono, perché Repubblicani e Democratici, nazioni ricche e nazioni povere, uomini d'affari e scienziati si sono uniti per trovare una soluzione.

Adesso non possiamo attendere oltre per porre fine a questa crisi. Disponiamo di tutti gli strumenti necessari, a eccezione forse di uno solo: ciò che ci manca è la volontà politica necessaria a influenzare realmente un cambiamento. Ma grazie a Dio, in una democrazia qual è la nostra, la volontà politica è una risorsa rinnovabile.

(1 giugno 2007)

Inviato in

Inviato da Antonio il 18 ottobre, 2007 - 14:50

Comunicare con tutti ?

Mi sembra interessante porre all'attenzione della comunità, la seguente riflessione scovata in internet.

"Nella cosiddetta era del vilaggio globale, in cui tutti possono comunicare con tutti, le tecnologie informatiche e telematiche, diventano e dovrebbero essere un supporto all'autonomia, alla partecipazione e all'integrazione delle persone diversamente abili. Internet in special modo permette una più facile comunicazione interpersonale, abbattendo barriere sociali e fisiche per facilitando non solo la comunicazione, ma anche l'elaborazione scritta o grafica, il controllo ambientale e l'accesso all'informazione e alla cultura.
A tal proposito ci pare utile segnalare uno dei numerosi programmi gratuiti in grado di far parlare, ascoltare, guardare, leggere, e scrivere chiunque con chiunque, in qualsiasi paese del mondo senza badare al costo, alla distanza o al tempo.
Stiamo parlando di Skype http://www.skype.com/intl/it/, un programma che ha realizzato molteplici funzioni affinché sia più semplice chiamare amici e parenti, incontrare persone nuove e gestire le chiamate. La maggior parte delle funzioni di Skype sono gratis, altre invece no, ma l'azienda cerca di contenerne i costi. Ulteriori informazioni sui costi sono reperibili al seguente link http://www.skype.com/intl/it/products/priceoverview/. Nello specifico Skype è un programma gratuito che utilizza P2P (tecnologia p2p all'avanguardia) per consentire agli utenti in tutto il mondo di comunicare in voce a prezzi ridottissimi e con eccezionale qualità audio. Al momento Skype è disponibile per Windows 2000, XP, Pocket PC, Mac OS X e Linux. Presto sarà disponibile per altre piattaforme. Rispetto alla maggior parte delle applicazioni Voice-over-IP, che non funziona in presenza di firewall e NAT (Network Address Translation), Skype funziona quasi con tutti i firewall e NAT! È possibile utilizzarlo per chiamare 3 utenti e fare teleconferenze ed è tradotto in numerose lingue, non contiene pubblicità o spyware.
Dopo il download e l'installazione basterà scegliere un nome di riconoscimento e una password, per creare il proprio account e indicare l'e-mail personale (la procedura è guidata), per poter iniziare a chiamare, chattare o conoscere persone".

Inviato in

Inviato da Gianmauro Brondello il 16 ottobre, 2007 - 18:10

Il riuso

Quando si parla di riuso, si intende recupero di materiali o di sostanze di scarto o di rifiuto riutilizzabili in un nuovo ciclo produttivo ? O di tutto questo.
La società in cui viviamo ci porta a stare sempre al passo con i tempi e quindi a rinnovarci e rinnovare in continuazione il nostro modo di vivere condizionando le scelte che facciamo ogni giorno in materia di abbigliamento, complementi d'arredo per la casa, oggetti vari. Pensando al fatto che ormai tutti,con una formula di finanziamento che più ci "aggrada", possiamo permetterci "tutto", ci dimentichiamo che per acquistare alcuni beni abbiamo dovuto far sacrificim vanificati quando buttiamo la "roba" vecchia anche se ancora funzionante. Pochi di noi pensano al fatto che ad esempio i nostri mobili di casa, piuttosto che i nostri vestiti, o qualunque altro oggetto che viene sostituito perché non più in voga, possano essere inseriti in una rete di riuso/riciclo che permetterebbe a molti di "disfarsi" dell'articolo ormai superato con molta facilità, e a molti altri di poter acquistare a prezzi più che vantaggiosi. Eppure esistono realtà e proposte sul territorio, a cosa è dovuto la scarrsa sensibilizzazione di singoli e istituzioni ?

Inviato in

Inviato da Gianmauro Brondello il 10 ottobre, 2007 - 16:31

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