Gli ultimi cacciatori di miele

Il Guardian ha recentemente pubblicato un suggestivo reportage fotografico sulla tribù nepalese dei Gurung. Da secoli impegnata nella raccolta del miele sull'Himalaya. Una tradizione ed una fonte di sostentamento minacciate oggi dalla modernità.
 
Le immagini scattate da Andrew Newey, evocano rara bellezza, fatica e simbiosi con la natura. Uno stile di vita che sa di antico, ma soprattutto di rispetto per la natura e di un sapere vero, non mediato dalla modernità. I Gurung si arrampicano tra le rocce e le scoscese rupi dell'Himalaya servendosi solo di scale di corda, raccogliendo il miele con lunghi bastoni di bambù conosciuti come "tanghi". Una "caccia" che dura all'incirca sei settimane, ma che con i mutamenti climatici in corso, sta anch'essa progressivamente diminuendo nel tempo. La particolarità della caccia dei Gurung non sta solo nell'arte della raccolta, ma anche nel fatto che il miele è quello dell'Apis Laboriosa, il più grande esemplare di imenottero al mondo. Una pratica che da sempre sosteneva l'intera comunità. Infatti il raccolto era diviso tra i componenti della tribù per sostenerne le riserve di zuccheri ed energia durante il lungo e arido periodo invernale himalayano. Un'ecosistema umano imnacciato dall'avanzata della modernità.
Sempre meno giovani hanno voglia di seguire le tradizioni. Sia perchè il miele è altamente richiesto dalla farmacia tradizionale orientale (cinese, giapponese e coreana) per trattare infezioni e lesioni da una parte, sia per le sempre maggiori attività di trekking che si stanno sviluppando nella zona, dall'altra. Tendenze e richieste che hanno portato ad una privatizzazione delle rocce in cui risiedono le api e alla spettacolarizzazione delle attività di raccolta. Assistervi per un turista può arrivare a costare tra i 250 e 1.500$. Con tutte le conseguenze che derivano da una forte antropizzazione e attività di turismo di massa in una regione dove la presenza dell'uomo è sempre stata limitata. [etr]
Fonte: The Guardian
 
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