La rivincita del localismo

la Repubblica, 13 dicembre 2007
di Carlo Petrini presidente di Slow Food

È una pace fragile quella siglata tra gli autotrasportatori e Palazzo Chigi, un’intesa che lascia al Paese una sensazione di grande debolezza strutturale visto che sono bastati due giorni per mettere in ginocchio quasi tutte le città.
Tuttavia, sia pure senza volerlo, il blocco dei Tir ci ha dato una risposta laterale e straordinaria, che se ne sta lì, quieta e sorridente, in attesa che qualcuno la noti e gli sorrida di rimando. «Nel mondo vì sono tante città, una te l’ho già detta, quale sarà?». Era un giochino che, dalle mie parti, ci facevano da bambini e che ci insegnava a vedere le soluzioni dentro i problemi (Mondovì era la città nascosta nella domanda).
Lì dove? Non certo sulle autostrade intasate, né nei telegiornali che hanno alternato con zelo la par condicio tra padroncini arrabbiati e politici indignati e quella tra gli automobilisti che avevano ancora abbastanza benzina per andare a bloccarsi in una coda per ore e quelli che invece sono rimasti fuori da quella follia solo perché il benzinaio è restato senza carburante.
Ma tra le tante interviste televisive alcune hanno fatto centro, sia pure senza saperlo. In un mercato rionale di Roma i giornalisti hanno cercato di indagare sulla situazione delle vendite al dettaglio di generi alimentari. I venditori quasi si scusavano: «Oggi c’è poco, è arrivata solo la roba locale per via dello sciopero dei Tir…». La telecamera si è allargata su una specie di Bengodi di verdure di stagione, locali, un commestibile giardino d’inverno ricco di tutti i colori, i profumi e i sapori che l’agro romano può offrire. Mancavano le banane, i manghi, le fragole? Evviva. Mancavano i gamberetti del Pacifico e la polpa di granchio? Perfetto.
Certo Roma ha intorno a sé un’areale agricolo che altre città non possono nemmeno sognare. Però usiamo questa vicenda come il paradigma della storia che stava nascosta dietro i tir, perché non ci sono solo le grandi città, in Italia; ci sono centinaia di città piccole e medie che hanno i campi e gli orti appena fuori dal centro storico.
Le economie locali non le fermi tanto facilmente, perché non hanno molti bisogni. Chi ha molti bisogni ha molti padroni. Le economie locali sono libere perché sono piccole e agili. Perché sono adattabili e flessibili. E sono così perché hanno un alto tasso di biodiversità e perché la soddisfazione delle loro esigenze è al centro di un sistema paritario, di dare e avere, che invece non può essere il paradigma della grande distribuzione. Le economie locali non hanno padroni, hanno una rete di interazioni. E parte di questa rete è costituita proprio dai consumatori, i quali si possono rilassare: escano a piedi, facciano una passeggiata nel centro storico delle loro città, arrivino fino al più vicino mercato, facciano due chiacchiere con i venditori, che magari sono anche agricoltori, acquistino frutta e verdura locali di stagione e quanto il loro territorio offre. Poi tornino a casa o in ufficio (anche uno spuntino può essere arrivato in Tir o essere stato prodotto localmente) e si godano un pasto a chilometri zero, a carburante zero, a emissioni zero, a nervosismo zero.

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Inviato da Gianmauro Brondello il 18 dicembre, 2007 - 17:29

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