Andrea Di Stefano: Finanza etica, ecomonia sostenibile ed ambiente

Abbiamo intervistato Andrea Di Stefano direttore del mensile di finanza etica e economia sociale "VALORI", promosso dalla Fondazione Culturale di Banca Etica, e giornalista economico di Repubblica. A lui abbiamo chiesto una riflessione sull'attuale sistema economico e sulla crisi globale, con le conseguenti implicazioni inerenti le tematiche ambientali e l'ecomonia sostenibile.
In qualità di direttore di una delle riviste più autorevoli in materia di economia sociale, finanza etica e sostenibilità  “Valori”, promossa da Banca Etica,  puoi raccontarci qual è stata la molla o lo stimolo che ha messo in moto una scelta editoriale così specifica rispetto ai temi dell’economia classica e perché?
La scelta editoriale che contraddistingue la rivista Valori, perlomeno da quando io ne sono il direttore, è basata su due pilastri: il primo è l’indipendenza, nel senso di cercare di raccontare il mondo della finanza senza nessun altra motivazione che avvicinarsi il più possibile alla realtà delle situazioni, il secondo è la competenza, nel senso che i nostri giornalisti sono tutte persone con solide e riconosciute conoscenze.
Oggi nel nostro Paese l’informazione indipendente in materia di finanza scarseggia. I motivi principali sono due: da una parte i grandi gruppi editoriali in Italia hanno interessi nel mondo della finanza, e quindi tendono a essere di parte quando trattano di questi argomenti; dall’altra il pubblico, anche quello più scolarizzato, non è abituato a ragionare in modo autonomo in quanto il sistema scolastico italiano manca totalmente di un insegnamento approfondito di economia e finanza. Nel resto dell’Europa invece la situazione è migliore perché c’è un bilanciamento più efficace dei conflitti d’interesse tra editoria e mondo finanziario. Più in generale, un ulteriore problema è dato che spesso in Italia si privilegia il gossip rispetto alla notizia in sé: ormai è da qualche anno che si aveva conoscenza del possibile arrivo della crisi attuale ma i giornali preferivano parlare dei salotti di Mediobanca.

I lettori vi danno ritorni sufficienti per comprendere/verificare la penetrazione nell’opinione pubblica di valori alternativi ad un’economia basata sul puro profitto, oppure hanno contribuito a modificare nel tempo la scelta di argomenti da trattare o da approfondire?
Negli ultimi mesi, da quando è scoppiata la crisi, è cambiato anche il rapporto coi lettori: sono sempre di più quelli che ci chiedono di partecipare ad incontri pubblici di informazione e quelli che ci chiedono di rivolgere la nostra attenzione alla sostenibilità delle piccole realtà e all’impatto economico delle buone filiere.

L’attuale sistema economico occidentale è in crisi, le politiche neocon sembrano aver dato un duro colpo all’idea vincente di capitalismo degli ultimi vent’anni, siamo vicini alla fine del capitalismo?
Secondo me parlare di fine del capitalismo è pericoloso e controproducente. In discussione va messo non tutto il sistema ma solo la redistribuzione dei ruoli tra cittadini, imprese e istituzioni. Ad esempio, l’impresa non deve sparire ma solo recuperare il suo ruolo sociale. Altrimenti parlando di fine del sistema economico capitalista si rischia di confondere e spaventare ulteriormente i cittadini che già sono chiamati oggi ad affrontare i drammatici risultati di quindici anni di deregulation selvaggia.

Nel 1929 si uscì dalla crisi col new deal in USA e regimi autoritari in Europa, insomma non proprio con un’idea di libero mercato, cosa pensi rispetto ai rimedi adottati finora o prospettati dai singoli governi o dagli incontri internazionali?

Innanzitutto spero che una scossa positiva a livello mondiale possa essere prodotta dal cambio della presidenza degli Stati Uniti, fatto che aprirà nuove prospettive anche nelle modalità di superamento della crisi economica. A parte questo, le ricette finora attivate sono semplicemente delle misure-tampone, che comportano tra l’altro un esborso finanziario immenso a carico dei cittadini ma che non basteranno certo a risolvere i problemi. Per affrontare alla radice le cause della recessione è necessario un rivoluzione nel modo di concepire l’economia e di conseguenza nel modo di regolarla, ma ad oggi manca una autorità sopranazionale con il potere di proporre regole vincolanti a livello internazionale in materia di finanza investimenti e crediti. E’ necessaria anche una trasformazione radicale della fiscalità, che oggi in molti paesi colpisce sfavorevolmente il lavoro e il consumo sostenibile e favorisce la rendita e il patrimonio. Infine, la spesa pubblica va riallocata in modo diverso, in quanto uno dei metodi praticati dagli stati per rilanciare l’economia è ancora quello di orientarla verso le spese di difesa e di guerra.

Oltre all’economia reale la crisi sembra colpire anche le politiche ambientali, fino a ieri al centro delle agende politiche della maggior parte degli stati dell’Unione Europea e di molti altri, mentre la via per uscirne, oggi, sembra il sacrificio delle misure concordate per contrastare il riscaldamento climatico. La via è realmente questa?
Secondo me no. In primo luogo il processo di riconversione ecologica sta già creando, e sempre di più ne creerà, nuove professionalità e nuove possibilità di lavoro. Nei paesi dove a livello politico è stata fatta la scelta di procedere con decisione verso la sostenibilità si è assistito a un vero e proprio boom, con centinaia di migliaia di persone che hanno trovato un’occupazione nei nuovi settori. Oggi è evidente che il nostro modello economico ha ancora poco futuro, almeno dal punto di vista del rischio ambientale. Allora è proprio in un momento come questo, in cui anche la pratica economico-finanziaria dominante è in grande crisi, tanto da provocare una grave recessione a livello mondiale, che bisogna investire senza indugi sulla sostenibilità e sul processo di riconversione ecologica.
In secondo luogo è pericoloso amplificare eccessivamente le ricadute che la crisi finanziaria sta  avendo sull’economia reale. Veniamo infatti da quindici anni di crescita vertiginosa dei profitti delle società quotate, frutto di una deregulation selvaggia. Era inevitabile che tutto ciò non potesse durare all’infinito. D’ora in avanti bisognerà semplicemente abituarsi ad un minore tasso di crescita dei profitti, ma questo non sarà un male, anzi il ristabilimento di regole e limiti permetterà di evitare altre crisi del genere.

Cosa rappresenta di diverso una realtà come Banca Etica, rispetto alle banche tradizionali?
Banca etica è la dimostrazione, piccola ma importante, che una banca, se condotta con certi criteri, può superare senza problemi anche periodi difficili come l’attuale. Da quando è scoppiata la crisi infatti le sue performance sono state decisamente migliori di quelle delle banche tradizionali. Il sistema adottata da Banca Etica, infatti, è sostenibile perché finanzia solo realtà sostenibili. Le cooperative sono spesso tra queste: il modello cooperativo infatti è il più adatto alle condizioni del mondo di oggi, in quanto l’obiettivo è la sostenibilità economica e non la redistribuzione dei profitti (nonostante non poche cooperative abbiano adottato nel tempo le logiche economiche tradizionali).

In una battuta quale può essere la ricetta per un’economia più sostenibile?
Ridistribuire il potere dall’azionista alla società civile ovvero dallo shareholder allo stakeholder (ovvero tutti i soggetti “portatori d’interesse”, comprese le risorse ambientali), in quanto prima siamo soggetti civili (persone) poi soggetti economici.

Andrea Di Stefano è direttore del mensile di finanza etica e economia sociale "VALORI", promosso dalla Fondazione Culturale di Banca Etica, e giornalista economico di Repubblica. Si occupa di temi di economia, finanza e mondo del lavoro dall'inizio della sua carriera giornalistica, nel 1987, a Radio Popolare di Milano. Negli ultimi anni ha lavorato per La Nuova Ecologia, Provincia Pavese, l'Agl (Agenzia Giornali Locali del gruppo L'Espresso), la Rtsi (Radio televisione della svizzera italiana) e collaborato con diverse testate periodiche. Nato a Milano nel 1964, è giornalista professionista dal 1992.

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