Jeremy Rifkin il militante del “sostenibile”

Il suo coinvolgimento come attivista del movimento pacifista ed ambientalista lo ha visto spesso impegnato negli Stati Uniti, anche politicamente, a sostegno dell'adozione di politiche governative “responsabili” in diversi ambiti sia relativi all'ambiente sia alla scienza ed alla tecnologia, e un tale impegno pubblico è riflesso in numerosi dei suoi saggi e lavori.
 
Jeremy Rifkin è laureato in economia presso la Wharton School of the University of Pennsylvania e in Affari internazionali presso la Fletcher School of Law and Diplomacy della Tufts University. Attivista del movimento pacifista statunitense negli anni sessanta e settanta, ha fondato, nel 1969, la Citizens Commission con l'intento di rendere noti i crimini di guerra commessi dagli americani durante la guerra del Vietnam. È il fondatore e presidente della Foundation on Economic Trends (FOET) e presidente della Greenhouse Crisis Foundation. Jeremy Rifkin è consigliere dell’Unione Europea e di vari capi di stato del mondo. E’ Senior Lecturer del Wharton School’s Executive Education Program dell’Università della Pennsylvania e presidente della Foundation on Economic Trends in Washington, D.C.
 
I due libri più importanti che parlano di ambiente, tecnologia e sociale
 
La terza rivoluzione industriale. Come il «potere laterale» sta trasformando l'energia, l'economia e il mondo.
Il petrolio e gli altri combustibili fossili, le fonti energetiche su cui si basa l'odierno stile di vita nei paesi dell'Occidente, sono in via di esaurimento, e le tecnologie da essi alimentate stanno diventando obsolete. Intanto, i mali che affliggono il mondo globalizzato - crisi economica, disoccupazione, povertà, fame e guerre - sembrano aggravarsi anziché risolversi. A peggiorare le cose, si profila all'orizzonte un catastrofico cambiamento climatico provocato dalle attività industriali e commerciali ad alte emissioni di gas serra, e che già entro la fine di questo secolo potrebbe mettere a repentaglio la vita dell'uomo sul pianeta. La nostra civiltà, quindi, deve scegliere se continuare sulla strada che l'ha portata a un passo dal baratro, o provare a imboccarne coraggiosamente un'altra. E non ha molto tempo per farlo. Dopo trent'anni di studi e di attività sul campo, Jeremy Rifkin decreta la fine dell'era del carbonio e individua nella Terza rivoluzione industriale la via verso un futuro più equo e sostenibile, dove centinaia di milioni di persone in tutto il mondo produrranno energia verde a casa, negli uffici e nelle fabbriche, e la condivideranno con gli altri, proprio come adesso condividono informazioni tramite Internet. Questo nuovo regime energetico, non più centralizzato e gerarchico ma distribuito e collaborativo, e che segnerà il passaggio dalla globalizzazione alla "continentalizzazione", dovrà poggiare su cinque pilastri...
A meno che non abbiate dedicato gli ultimi dieci anni della vostra vita a un duro eremitaggio lontani dalla società moderna, dovreste essere stati bombardati da contrastanti notizie sulla fine dei combustibili fossili. Le cose stanno così: centocinquanta anni fa gli esseri umani hanno costruito un’intera civiltà sulla riesumazione dei depositi del Carbonifero, materiale biologico in decomposizione. In breve l’economia mondiale dell’ultimo secolo ha cominciato a gravitare intorno a una risorsa tossica, esauribile e di difficile estrazione: il petrolio. Proseguendo il discorso di Economia all’idrogeno, Jeremy Rifkin, economista e saggista di fama mondiale, pone le basi teoriche per una indispensabile Terza rivoluzione industriale, l’era del post-carbonio. Una rivoluzione capace di abbattere il circolo di impoverimento energetico in cui ci ha precipitati l’oro nero e il suo criminale sfruttamento. Anche le centrali nucleari sembrano un’ipotesi paleolitica, perché il nostro pianeta è già alimentato da un immenso reattore nucleare in perenne attività: il sole. Ma c'è anche l'idrogeno, il vento e la forza geotermica. L’idea di Rifkin è quella di trasformare la rete elettrica di ogni continente in una inter-rete per la condivisione di energia, proprio come internet. Futuribile? L’utente diventa produttore e consumatore del proprio fabbisogno e di quello altrui. E se esiste un modo per condividere musica, filmati e informazioni, allora può esisterne uno per condividere elettricità. Vuol dire energia per tutti. E per molti è impensabile, perché bisognerebbe rompere la gerarchia. Infatti, per alcuni si chiama rivoluzione, per altri suona come una catastrofe. Perché c’è bisogno di smantellare i poteri dominanti del pianeta, detronizzare i signori della guerra e quelli del petrolio. Un’equa distribuzione dell’energia risolleverebbe i problemi di molti paesi poveri in via di sviluppo, e per chi ha voglia di arricchirsi alle spalle degli altri questa operazione diventa inaccettabile. L'autore, attivista intelligente e sensibile ai fragili fenomeni economici e ambientali, continua la sua battaglia per l’idrogeno, ritenendolo il miglior sostituto propellente del petrolio. E accusa gli stati, colpevoli di non aver avuto voglia di pensare al futuro del pianeta. Se la prende anche con Obama, pieno di buone intenzioni ma con poco coraggio per metterle in atto. E scrive anche dell’Italia, della richiesta di Alemanno per la creazione di un ‘master plan’ che in quarant’anni riesca a fare di Roma una città energeticamente sostenibile e auto sostenuta. Il piano di sviluppo economico trasformerebbe la regione in “uno spazio sociale, economico e politico integrato, incluso in una comunità biosferica condivisa”. Il sindaco sarebbe convinto di questo cambiamento. Fantascienza? Quando aprirete questo saggio, anche la speranza più trasparente vi sembrerà possibile.
 
La civiltà dell'empatia. La corsa verso la coscienza globale nel mondo in crisi.
Per secoli, filosofi, scienziati, psicologi ed economisti hanno contribuito a diffondere l'idea che l'essere umano sia per natura aggressivo e utilitarista, teso principalmente al soddisfacimento egoistico dei propri bisogni e al guadagno materiale. La storia, quindi, non sarebbe altro che una lotta senza quartiere tra individui isolati, solo occasionalmente uniti da ragioni di mera utilità e profitto. Ma negli ultimi decenni alcune sensazionali scoperte nel campo della biologia e delle neuroscienze hanno messo in dubbio questa tesi e hanno dimostrato, al contrario, che uomini e donne manifestano fin dalla più tenera età la capacità di relazionarsi con gli altri in maniera empatica, percependone i sentimenti, in particolare la sofferenza, come se fossero i propri. Alla luce di questo nuovo approccio, Jeremy Rifkin propone una radicale rilettura del corso degli eventi umani. Se nel mondo agricolo la coscienza era governata dalla fede e in quello industriale dalla ragione, con la globalizzazione e la transizione all'era dell'informazione, si fonderà sull'empatia, ovvero sulla capacità di immedesimarsi nello stato d'animo o nella situazione di un'altra persona. Tale risultato è stato però ottenuto a caro prezzo: per crescere e prosperare, società via via più complesse e sofisticate hanno richiesto sempre maggiori quantità di energia e risorse naturali, imponendo un pesante tributo all'ambiente sotto forma di un notevole aumento dell'entropia.
 
Rifkin Jeremy
 
 
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