Cicoria: storia e curiosità

La cicoria è una pianta erbacea molto comune, ma apprezzata da millenni, talmente utilizzata fin dai primissimi tempi della storia umana e dalle più svariate popolazioni che è difficile trovare l'origine etimologica del suo nome.

Secondo alcuni studi, il nome comune (Cichorium) di questa pianta nasce da un antico nome arabo che potrebbe suonare come Chikouryeh. Sembra (secondo altri testi) che derivi invece da un nome egizio Kichorion, o forse anche dall'accostamento di due termini Kio (= io) e chorion (= campo). Gli antichi greci ad esempio chiamavano questa pianta kichora; ma anche kichòria oppure kichòreia. Potrebbe essere quindi che gli arabi abbiano preso dai greci il nome, ma non è certo.
Il grande naturalista Plinio il Vecchio, nella sua “Storia Naturale”, ne decanta le virtù nevralgiche, diuretiche e stomachiche. Secondo il famoso medico greco Galeno è “amica del fegato” e “non contrasta allo stomaco”; per questo i medici greci e latini la prescrivevano spessissimo e curavano con essa molte malattie dell’addome. I Romani, durante i pranzi luculliani, insieme con uova di tordi, beccafichi e pavoni, si facevano porgere piatti di cicoria. Apicio la chiamava intuba, condendola con miele. Nelle credenze popolari germaniche era considerata una pianta magica, attraverso la quale si poteva provare il piacere dell’amore, spezzare incantesimi, diventare invisibili e invulnerabili. Per ottenere questi effetti, occorreva però dissotterrare la radice nel giorno di San Pietro e Paolo (29 giugno), avvalendosi di un pezzo d’oro e delle corna di un cervo.
Curioso è l’episodio avvenuto nel 1513, quando Massimiliano Sforza mette in fuga l’armata francese nella battaglia della Riotta. Il popolo milanese esulta per la vittoria, sfilando per la città con aste e pali sui quali erano stati fissati grossi mazzi di cicoria, al grido “Cicoria! Cicoria!”, poiché era noto che essa giovasse alle malattie del fegato. I malati di fegato, in questo caso, erano considerate metaforicamente le truppe francesi, seccate per la forte sconfitta.
Sin dal XVII secolo è impiegata per usi alimentari e, sempre a partire da quel secolo, fu usata anche come surrogato del caffè . Emblematico, a questo riguardo, l’episodio del blocco continentale operato da Napoleone nel 1806 che, vietando ogni importazione di prodotti provenienti dall’Inghilterra e dalle sue colonie, contribuì a diffondere l’uso del caffè di cicoria, ma dopo la soppressione del blocco, la pianta cadde nuovamente nel dimenticatoio.
La cicoria ancora alla metà del ‘900 era utilizzata in gastronomia nelle minestre, in cosmesi nelle maschere purificanti, e in fitoterapia nelle tisane digestive. I suoi fiori hanno la caratteristica di aprirsi al mattino sempre alla stessa ora e di chiudersi nella seconda parte del pomeriggio verso le quattro, per questo, in alcune zone delle Alpi, la cicoria viene chiamata “orologio dei pastori”, perché solitamente quando i suoi fiori si chiudono, i montanari mungono le mucche al pascolo.

CURIOSITA’

Indivia belga” è spesso il nome dato alla cicoria sbollentata, ed è una forma vegetale bianca facilmente reperibile nei negozi di frutta e verdura, il cui sapore è  rinfrescante e appetitoso, amaro e croccante.
La cicoria pelata, chiamata “barbe de Capucin” dai francesi, è nota anche come “witloof” in Belgio, è ottenuta attraverso la privazione in sfavore delle piante, le quali assumono un colore bianco crema e praticamente perdono quasi il loro sapore amaro. Ciò si ottiene tagliando le cime delle piante circa sei mesi dopo averle piantate. Le radici vengono poi poste in posizione verticale in una scatola, lasciate in un terreno sabbioso e tenute in un luogo umido, oscuro e caldo e sono illuminate da un piccolissimo fascio di luce di massimo 15 cm. di diametro. Le foglie nuove crescendo, si sviluppano come fogliame pallido che sembra un cuore di lattuga allungata color crema. L'esposizione alla pochissima luce durante questo processo, conferirà alle foglie il tipico colore giallo-verde.
Dalle foglie della cicoria si ricavano coloranti blu. Dalle radici viene ricavato del “biocarburante” in quanto l'amido inulina facilmente può essere convertito in alcol etilico. I fiori inoltre contengono degli acceleratori dell'attività batterica utili nella fermentazione dei “compost”. Recentemente dalla radice di Cicoria è stato estratto uno sciroppo (come per le barbabietole), ma è stata usata anche (la radice) come dolcificante nel settore alimentare. La radice di cicoria viene usata altresì nella produzione della birra: alcuni produttori la usano torrefatta per migliorare il sapore delle loro birre. Nell'industria dell'allevamento spesso nel foraggio vengono immesse delle quantità di cicoria in quanto si è riscontrata una sua capacità di eliminare i parassiti interni degli animali.
Le foglie di colore verde scuro della cicoria sono particolarmente ricche di vitamina A ed inoltre contiene la “cicorina” ed altri principi amari che la rendono molto pregevole ed importante come tonico, digestivo, lassativo e depurativo. In alcune zone d’Italia, come a Caiazzo in provincia di Caserta, i terreni sono particolarmente ricchi di nitrati assorbiti dalla pianta che, secondo alcuni studi, contribuiscono a risvegliare l’eros inviando velocemente il sangue in ogni parte del corpo.
La cicoria, che nel 1300 il botanico tedesco Conrad di Megenberg chiamò “sponsasolis” (sposa del sole), per via dei suoi fiori che si aprono e chiudono al sole, è stata spesso etichettata come simbolo di povertà negli ultimi secoli, allontanata dalle tavole, e si è persa la pratica di raccoglierla.

Fonte: taccuinistorici.it; meteoweb.eu


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