Acqua: da bene pubblico a bene di mercato

Il 6 agosto 2008 la legge 133, presentata dal governo e votata all’unanimità dal Parlamento, ha imposto la privatizzazione, entro il 31 dicembre 2010, di tutti i servizi pubblici locali in materia di rifiuti, trasporti, energia elettrica e gas nonché in materia di servizi idrici. In questa scheda analizzeremo in dettaglio gli articoli della legge e proveremo a immaginare le conseguenze che la trasformazione dell’acqua da bene pubblico a bene di mercato può portare nel nostro paese. Faremo inoltre una panoramica sulla situazione internazionale, dove la privatizzazione dei servizi idrici è una tendenza piuttosto diffusa.

La legge
La legge 133/2008 disciplina l’affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica. Sono definiti servizi pubblici locali di rilevanza economica “tutti quelli aventi ad oggetto la produzione di beni ed attività rivolte a realizzare fini sociali e a promuovere lo sviluppo economico e civile delle comunità locali, con esclusione dei servizi sociali privi di carattere imprenditoriale”. I servizi idrici sono inclusi tra i servizi pubblici locali di rilevanza economica.
Il principio di origine della legge 133 è la separazione tra proprietà (pubblica) e gestione (privata) dei servizi, principio che è stato inserito nel nostro ordinamento giuridico attraverso provvedimenti successivi (in particolare legge 448/2001, legge 326/2003, legge 350/2003). In questo senso, la legge 133 è semplicemente il passo conclusivo di un percorso avviato da tempo.
L’art 23-bis comma 2 afferma che “il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica avviene, in via ordinaria, a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica”. Il comma 3 prevede la possibilità di derogare a tale regola laddove sussistano “particolari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento” che “non permettono un efficace e utile ricorso al mercato”; si tratta del cosiddetto affidamento in house, senza gara, che però è limitato a casi eccezionali e residuali. In ogni caso, entro la data del 31 dicembre 2010, per l’affidamento dei servizi si dovrà obbligatoriamente procedere “mediante procedura competitiva ad evidenza pubblica”.Nel comma 1 si fa riferimento al fatto che le disposizioni dell’articolo 23-bis riflettono la disciplina comunitaria in materia di liberalizzazione dei servizi. In effetti l'ordinamento giuridico dell’Unione impone gare pubbliche europee per la scelta del gestore qualora vi sia separazione tra la titolarità pubblica della rete e la gestione privata del servizio. In altre parole, l’ordinamento comunitario non impone la separazione proprietà/gestione; però se, com’è il caso dell’Italia, tale formula è scelta dal legislatore nazionale, allora le regole di gestione devono sottostare ai criteri comunitari di concorrenza (in particolare art. 86 trattato CE, direttiva 2006/123/CE), e quindi l’affidamento dei servizi dovrà svolgersi mediante procedura competitiva ad evidenza pubblica.Infine, il comma 1 afferma che l’obiettivo di diffusione dei principi di concorrenza, di libertà di stabilimento e di libera prestazione dei servizi non andrà a scapito del “diritto di tutti gli utenti alla universalità ed accessibilità dei servizi pubblici locali ed al livello essenziale delle prestazioni”. Questo è un passaggio tra i più controversi: lo discuteremo in dettaglio nei prossimi paragrafi.

La mercificazione dell’acqua
In sostanza la legge 133 consegna la gestione dei servizi idrici a imprese e società per azioni, sia pubbliche che private. Per questo più che di privatizzazione bisognerebbe parlare di mercificazione dell’acqua: l’acqua è diventata un bene come gli altri, quotabile in borsa e sottomesso alle regole del libero mercato.Eppure, a parte poche voci inascoltate e qualche articolo sul web ogni dibattito pubblico sull’argomento è completamente assente; a livello politico l’opposizione si è mostrata d’accordo con la maggioranza e neppure sui giornali, sia cartacei che on-line, la notizia ha avuto grande risonanza. Eppure i temi di dibattito sarebbero tanti. Infatti, sia in Italia che nel mondo sono numerosi gli esempi di finanziarizzazione delle acque e già esiste una certa letteratura a cui attingere per avere informazioni complete e documentate.In generale, la privatizzazione dei servizi idrici municipali vanta precedenti ben poco rassicuranti. Le conseguenze, indipendentemente dal continente e dal grado di sviluppo del paese, sono spesso simili. Le bollette per gli utenti lievitano sensibilmente. Gli standard qualitativi peggiorano. Coloro che non sono in grado di pagare rimangono tagliati fuori. I profitti dei gestori privati salgono alle stelle ma gli investimenti nella rete rimangono carenti. Il risparmio della risorsa idrica viene svalutato, perché più il cittadino si consuma più il gestore guadagna.

Alcuni esempi
In Italia, Latina è un caso emblematico. Acqualatina nasce nel 2002 come società mista; il 51 per cento delle azioni appartiene ai comuni dell’area e, dunque, formalmente la maggioranza è pubblica; ma in realtà sono i privati, capeggiati dalla multinazionale delle acque minerali Veolia, a gestire l’attività e a decidere gli investimenti. Dal 2004 ad oggi i cittadini della provincia di Latina hanno assistito a una crescita talmente decisa del costo dell’acqua per metro cubo (fino al 300%) da creare un forte aumento dei casi di morosità dovuti all’impossibilità di pagare le tariffe richieste, risolti con la chiusura dei rubinetti di erogazione da parte dei tecnici dell’azienda. Contemporaneamente, i bilanci della società si susseguono sempre negativi, gli investimenti sulla rete sono inesistenti e la magistratura più volte si è già occupata di Acqualatina, sia per casi di corruzione e truffa sia su denuncia dei cittadini che contestano la presenza di clausole vessatorie nei contratti. Sono effetti che inevitabilmente colpiscono soprattutto le fasce più deboli della popolazione.In provincia di Torino la società che si occupa dell’intero ciclo delle acque è la SMAT, sigla che sta per Società Metropolitana Acque Torino. La SMAT è una società per azioni di proprietà interamente pubblica (il capitale è detenuto da 99 Comuni della Provincia di Torino) nata nel 2001, dal 2004 affidataria in house della gestione del servizio idrico integrato. In questo caso il controllo pubblico si è mantenuto effettivo (e non solo sulla carta), e i cittadini non hanno ancora verificato cambiamenti significativi sulla qualità della fornitura idrica.
Per quanto riguarda l’Europa, interessante è il caso di Parigi. La Francia infatti è stata a suo tempo l’avanguardia della corsa a privatizzare e sono francesi le due più grandi aziende mondiali del settore: Suez e Veolia Il sindaco di Parigi, Bertrand Delanoë, ha però annunciato che la municipalità non ha intenzione di rinnovare i contratti con le due aziende private che gestiscono i servizi idrici della capitale. In altre parole, alla scadenza dei contratti oggi in vigore, il 31 dicembre 2009, l’acquedotto parigino tornerà a essere un servizio municipale. «Vogliamo offrire un servizio migliore a un prezzo migliore», ha dichiarato Delanoë.
Ma la tendenza a privatizzare è stata globale. A partire dai primi anni ’90 molti paesi, soprattutto in Asia, Africa e America Latina, hanno via via dato in concessione l’acqua a compagnie private, sotto la pressione di governi convertiti alla versione più estrema del libero mercato e marcati stretti da organizzazioni finanziarie internazionali come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale le banche di sviluppo regionali o la stessa Unione europea. Spesso la privatizzazione dei servizi, di cui beneficiano sempre e solo pochissime aziende multinazionali, è inclusa nei piani d’aggiustamento strutturale a cui sono condizionati prestiti e aiuti.
Eppure, nell’ultimo decennio, contemporaneamente alla crescita della spinta privatizzatrice, ha preso forza un movimento globale che si batte a favore della ripubblicizzazione dell’acqua. A volte con successo, come sta succedendo a Parigi e come è avvenuto nel 2000 in Bolivia nella città di Cochabamba, dove proteste di massa dovute ai continui aumenti dei prezzi hanno costretto il governo a ripubblicizzare l’acqua sottraendola alla multinazionale americana a cui l’aveva venduta (acqua piovana compresa!) qualche anno prima.
I sostenitori del ritorno all’acqua come bene pubblico sostengono, esempi alla mano, che l’efficienza del servizio non solo non si riduce ma anzi è alternativa all’assunzione della redditività aziendale come parametro di misurazione. La visione della privatizzazione che si affida al primato degli indicatori di mercato e, per questa via, porta benefici ai consumatori è solo una visione ideologica che non corrispondente ai processi reali. L’equiparazione dei servizi idrici a comune bene di consumo non sarebbe conveniente né per la rete idrica né per gli utenti.

Le prospettive
In Italia l’opposizione alla legge 133 e la richiesta di tornare a considerare l’acqua come un bene pubblico sono guidate dai comitati spontanei nati nei luoghi dove gli effetti dell’ingresso dei privati nel capitale delle SPA sono più visibili: aumenti improvvisi delle bollette, contenziosi, approvvigionamenti a singhiozzo. Eppure anche nei casi in cui il capitale interamente pubblico da qualche garanzia in più ai cittadini, come a Torino, il problema di fondo rimane: una società per azioni, infatti, per sua natura dovrà sempre remunerare il capitale e garantire dividendi agli azionisti, quali che essi siano. Ma è più importante creare ricchezza per gli azionisti della società che gestisce il servizio o fornire ai cittadini il pieno godimento di un diritto fondamentale come l’accesso all’acqua potabile a costi ragionevoli? Riesce difficile pensare che questi due obiettivi siano sempre compatibili: il mercato ha regole di allocazione delle risorse che non garantiscono certo universalità e prezzi bassi, tanto più per un bene come l’acqua potabile che sta diventando sempre più prezioso e raro. Per questo coloro che avversano la legge 133 sostengono che essa rappresenti un ulteriore passo verso la completa mercificazione e finanziarizzazione dell’acqua.
Si intersecano dunque due ordini di problemi, e due possibili soluzioni: si può considerare giusto il sistema vigente di privatizzazione della gestione dei servizi idrici, limitandosi a discutere sulle correzioni necessarie a evitare situazioni come quelle di Latina, oppure si può considerare questo sistema sbagliato, indipendentemente dalle modalità più o meno attente ai diritti del cittadino con cui è applicato in ogni provincia. In quest’ultimo caso si deve pensare l’acqua come un bene che appartiene ai cittadini e non come un prodotto di scambio soggetto alle regole di mercato come propone la legge 133, un bene che prima di essere venduto o comprato deve essere accessibile a tutti indipendentemente dal loro grado di potere economico in quanto diritto fondamentale della persona.

Fonti e approfondimenti


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